Opinionisti Claudio Cherubini

Il cinema a Sansepolcro negli anni Venti e Trenta del Novecento

Il cinema aveva iniziato la sua battaglia contro la piccola borghesia nei locali di Palazzo Magi

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Nella Valtiberina toscana, come nel resto dell’Italia, negli anni Venti iniziò ad affermarsi quell’intrattenimento popolare giudicato da qualcuno molto discutibile perché si svolgeva nel buio di una sala. Come scrisse Gian Franco Venè nel libro Mille lire al mese, “la resistenza della piccola borghesia al cinematografo fu cocciuta e vigorosamente sostenuta dalla morale corrente. I ragazzi dovevano andarci di nascosto, le ragazze mai. Gli adulti si vergognavano”. Tutti pensavano che “una folla che si accalcava per sprofondare nell’oscurità aveva di sicuro fini sordidi: il palpeggio e il borseggio”.

A Sansepolcro il cinema aveva iniziato la sua battaglia contro la piccola borghesia nei locali di Palazzo Magi nei pressi del Teatro Dante, con la biglietteria lungo la via maestra.  Poi nel giugno 1920, il comune concesse in affitto l’ex Chiesa di Santa Chiara a Marco Testerini “per adibirla ad uso di cinematografo”. Il contratto prevedeva un canone annuo di 500 lire e una durata di nove anni che successivamente furono ridotti a tre; mentre dal 1° gennaio 1926 il canone d’affitto venne raddoppiato, per adeguarlo all’inflazione. In questi anni la proiezione del film muto era accompagnata dalla musica di una piccola orchestra, che secondo i ricordi di Irma Vandi, pubblicati nel libro Vecchio Borgo, era composta da Margherita Farinelli e Arduino Zanchi ai violini, Rosina Mori al pianoforte, Rosina Carlotti all’arpa, Renato Dragoni e Libero Tredici ai violoncelli. E sempre attingendo agli aneddoti raccontati da Irma Vandi emergono anche strane figure tra gli spettatori dei primi film: Guido Muscinelli, autista del Baschetti, passava la domenica al cinema, dalle due del pomeriggio fino a mezzanotte quando lo svegliavano per poter chiudere la sala; la maestra Valeri, “conosciuta da tutti come la Pelasòrche”, invece “portava merenda e cena al sacco”, scartocciando, sgranocchiando e masticando sotto le occhiatacce degli altri spettatori infastiditi. Del resto era consuetudine portare da casa qualcosa da mangiare e si potevano consumare sia i più classici bonbon che pasti più casalinghi, fino anche alle teste di coniglio da scarnificare durante la proiezione del film, come descrive Giorgio Alberti nel suo libro Il silenzio delle campane. Inoltre era raro che qualcuno si accontentasse di vedere la proiezione una sola volta. E sempre l’Alberti ci dice che molti erano quelli che “attendevano dalle due del pomeriggio davanti all’ingresso finché il gran portone della vecchia chiesa si apriva” e molti passavano l’intero pomeriggio al cinema, tanto da uscirne storditi per “una giornata trascorsa lì tra il fumo il chiasso il passare e ripassare sullo schermo di quelle immagini bianche e nere, la musica che talora riempiva di strepiti di sibili assordanti, rimbombando ovunque, lo stanzone nebbioso, e che talora s’attenuava si faceva lontana lontana fin quasi a scomparire; e il suo ritorno improvviso era un atto di violenza contro l’udito, ci faceva sobbalzare tutti, vecchi e giovani, lasciandoci ogni volta confusi”.

Il rincaro del costo della vita di quegli anni e la conseguente selezione economica di chi poteva permettersi uno spettacolo cinematografico, fu una delle cause che portarono, agli inizi degli anni Trenta, a mutare l’atteggiamento nei confronti del cinema. In meno di dieci anni, grazie anche all’avvento del sonoro, il cinema diventò una delle mode della borghesia; tanto che anche alcuni teatri diventarono cinematografi.

A Sansepolcro, nel 1930, oltre al cinematografo “Iris” di piazza S. Chiara, ora gestito da Libero Testerini, i film si potevano vedere anche nel Teatro Dante di via XX Settembre a cura della R. Accademia dei Risorti. Entrambi effettuavano le proiezioni soltanto nei giorni festivi: al “Dante” c’erano 450 posti a sedere e circa 200 in piedi, mentre l’ “Iris” era più piccolo avendo 300 posti a sedere e circa 60 in piedi. Inoltre negli anni Trenta dietro le mura della cannoniera di Porta Fiorentina c’era il cinema estivo “Impero”. Nel frattempo invece era stato chiuso dal 1929 il Cinema Teatro Tommaseo di proprietà del circolo cattolico che non aveva rinnovato la prescritta licenza d’esercizio. Qualche anno più tardi, l’Accademia dei Risorti lasciò la gestione del cinematografo “Dante” a Cesare Benincasa.

Il fascismo incentivò molto la nuova arte, soprattutto con lo scopo di fare propaganda al regime: ad esempio a Sansepolcro, ricorda Arduino Brizzi che “in Piazza Garibaldi, nella buona stagione, veniva spesso un autofurgone dell’Istituto LUCE per proiettare le realizzazioni del regime [...]. La gente si portava la seggiola da casa”. Lo stesso avveniva nelle piazze degli altri comuni della vallata. L’Unione Cinematografica (Luce) era nata per iniziativa privata nel 1923, ma due anni dopo diventò ente statale alle dipendenze dell’Ufficio stampa del Capo del governo svolgendo un importante ruolo di organizzazione del consenso. Oltre a temi propagandistici, venivano diffuse notizie d’attualità con un prevalente tono sensazionalista. I filmati Luce, proiettati in tutte le sale, ebbero una penetrazione capillare fra le masse e contribuirono a diffondere l’immagine del regime e del suo capo. I cinegiornali entrarono in circolazione nel giugno 1927 e ne furono prodotti più di tremila. Venivano mostrati anche nei cinema tra una proiezione e l’altra.

A limitare la libertà di espressione di questa nuova arte c’erano anche i cattolici. Più volte anche la curia vescovile di Sansepolcro denunciò l’immoralità delle proiezioni cinematografiche. Ad esempio nel 1928, il sacerdote Francesco Norbeni, presidente della Giunta diocesana per l’Azione Cattolica e “Capo di un comitato cittadino per la Moralità” chiese di ritirare i cartelloni pubblicitari “perché indecenti e scandalosi”. I bigotti non furono accontentati, in quanto nella risposta formale fu spiegato che le autorizzazioni erano in regola e che per il futuro si sarebbe altrettanto vigilato e garantito che quanto esposto in pubblicità e quanto proiettato nelle sale sarebbe stato corredato dei necessari permessi rilasciati dalle autorità competenti.

Nonostante l’imposizione del regime, nonostante la censura politica dei fascisti da una parte e quella morale dei cattolici dall’altra, alla fine degli anni Trenta il cinema si era ormai affermato ed era diventato addirittura un fenomeno di moda tanto che le battute dei film riecheggiavano nelle conversazioni nei salotti della borghesia.

Ma la borghesia chiedeva il lusso e così, Libero Testerini, il 9 giugno 1940 con il film “La mia canzone al vento” inaugurò il nuovo Cinema Teatro “Iris”, che cessando le proiezioni nel locale di piazza S. Chiara, si trasferì nella nuova costruzione fuori Porta Fiorentina, all’angolo tra Viale Diaz e Viale Vittorio Veneto. E come tutti i cinematografi più lussuosi ben presto anche il Cinema “Iris” ebbe il suo bar annesso.

La storia della nuova sala cinematografica “Iris” rappresenterà la parabola del successo del cinema nel Novecento. Infatti sorto nel momento in cui un numero sempre maggiore di spettatori veniva attratto nelle sale buie, scomparirà circa cinquant’anni dopo nel periodo di massima crisi di spettatori del cinema italiano.

Claudio Cherubini
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14/01/2021 05:51:13

Claudio Cherubini

Imprenditore e storico locale dell’economia del XIX e XX secolo - Fin dal 1978 collabora con vari periodici locali. Ha tenuto diverse conferenze su temi di storia locale e lezioni all’Università dell’Età Libera di Sansepolcro. Ha pubblicato due libri: nel 2003 “Terra d’imprenditori. Appunti di storia economica della Valtiberina toscana preindustriale” e nel 2016 “Una storia in disparte. Il lavoro delle donne e la prima industrializzazione a Sansepolcro e in Valtiberina toscana (1861-1940)”. Nel 2017 ha curato la mostra e il catalogo “190 anni di Buitoni. 1827-2017” e ha organizzato un ciclo di conferenza con i più autorevoli studiosi universitari della Buitoni di cui ha curato gli atti che sono usciti nel 2021 con il titolo “Il pastificio Buitoni. Sviluppo e declino di un’industria italiana (1827-2017)”. Ha pubblicato oltre cinquanta saggi storici in opere collettive come “Arezzo e la Toscana nel Regno d’Italia (1861-1946)” nel 2011, “La Nostra Storia. Lezioni sulla Storia di Sansepolcro. Età Moderna e Contemporanea” nel 2012, “Ritratti di donne aretine” nel 2015, “190 anni di Buitoni. 1827-2017” nel 2017, “Appunti per la storia della Valcerfone. Vol. II” nel 2017 e in riviste scientifiche come «Pagine Altotiberine», quadrimestrale dell'Associazione storica dell'Alta Valle del Tevere, su «Notizie di Storia», periodico della Società Storica Aretina, su «Annali aretini», rivista della Fraternita del Laici di Arezzo, su «Rassegna Storica Toscana», organo della Società toscana per la storia del Risorgimento, su «Proposte e Ricerche. Economia e società nella storia dell’Italia centrale», rivista delle Università Politecnica delle Marche (Ancona), Università degli Studi di Camerino, Università degli Studi “G. d’Annunzio” (Chieti-Pescara), Università degli Studi di Macerata, Università degli Studi di Perugia, Università degli Studi della Repubblica di San Marino.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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