Opinionisti Claudio Cherubini

Raffaello Conti, detto Sagresto, l’ultimo brigante romantico dell’aretino

I giudici credettero più affidabile la versione di un possidente che quella di una contadina

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Una storia molto diversa, rispetto a quella del brigante Federico Bobini, detto Gnicche, ma con lo stesso tragico epilogo è quella di Raffaello Conti, detto Sagresto, che morì il 12 luglio 1902 a 38 anni all’Ospedale della Misericordia di Anghiari dove era arrivato gravemente ferito da armi da fuoco da Sasseto, un podere a circa tre chilometri dalla Fattoria della Barbolana. A raccontarcela sempre con la consueta precisione del cronista storico è stato il compianto Enzo Gradassi nel libro del 2013 dal titolo Sagresto Sventurato citto.

Raffaello Conti, di secondo nome Arcangelo, nacque il 2 ottobre 1863 a Salutìo una frazione di Castel Focognano da due braccianti analfabeti e poverissimi, Giuseppe ed Erminia Magnoni. Scrive Gradassi (pp. 19-20): «I genitori che ebbe da una sorte, che si dimostrò in seguito poco benigna, erano una devota coppia di braccianti analfabeti e poverissimi. Senza terra propria e senza un lavoro fisso suo padre, Giuseppe, svolgeva qualunque tipo di lavoro bracciantile e dunque di fatica: da salariato nei campi, da smacchiatore nei boschi, da sterratore. Sua madre, Erminia Magnoni, oltre che occuparsi di quel po’ di magra cucina che le condizioni consentivano, aiutava talvolta il marito nel lavoro del bosco, oppure intrecciava la paglia e, con un po’ di fortuna, racimolando un po’ di farina e se qualcuno accendeva il forno per sé, riusciva a metter dentro un pane o due da far durare il più a lungo possibile. Sul tavolo di casa c’era quasi sempre verdura, accompagnata a volte da erbe più o meno selvatiche, funghi a seconda della stagione, qualche rara patata, castagne cucinate in qualunque modo, ossia arrostite o lessate. La carne compariva molto raramente, se si eccettua un po’ di caccia di frodo con il vecchio fucile che Giuseppe teneva nascosto in casa. Duro lavoro e fame garantita, una condizione comune a gran parte dei braccianti di quel tempo».

Quando nacque la sorella Teresa, l’11 luglio 1866, la famiglia si trasferì ancora più a monte in un villaggio di poche case chiamato Ponina, sopra Capolona. Qui abitarono in  un podere detto “Il Pruno”, fuori dell’abitato, ai margini del bosco e dei primi contrafforti del Pratomagno. Un posto isolato. Il comune di Capolona li inserì subito nell’elenco delle famiglie miserabili. Niente scuola perché troppo lontana. Solo fame e miseria!

La prima condanna arrivò a sedici anni con l’accusa di furto e furono quindici giorni di carcere. L’oggetto del furto erano stati due fiaschi d’olio d’oliva e delle monete pari a 80 centesimi. Ci fu chi fece la spia e Raffaello e il suo amico complice, Giovanni di dodici anni, furono portati in caserma. I due ragazzi furono interrogati e il più grande finì nel carcere di Arezzo, dove aveva il vantaggio di un pasto assicurato tutti i giorni. Scrive il Gradassi (p. 23): «Raffaello scopriva così, assieme alla città, un luogo di punizione dove un po’ di vitto, senza far niente per procurarselo, era assicurato tutti i giorni».

Forse per questo il carcere di Arezzo era sempre sovraffollato e così lo descrive il settimanale “La Provincia di Arezzo”: «Basti il dire che in 40 celle si contengono 170 persone. Le celle son tutte di una stessa dimensione, ma la maggior parte di esse se è abbastanza ampia per contenere un solo è ristretta per due, è insufficiente per tre detenuti. Dove sono due dormono nello stesso letto uno da capo e uno da piedi, e dove vi è un terzo, stende il suo giaciglio nel nudo piantito». Comunque il letto non era più comodo del pavimento: era un asse di legno sollevata da terra con dei mattoni murati. Le celle erano stanze alte, ma poco areate e così l’aria era sempre viziata. Per respirare un po’ c’era il piccolo cortile per qualche minuto al giorno. Una volta alla settimana, e non sempre, i detenuti potevano lavarsi in una tinozza. Nonostante tutto, come detto, il carcere garantiva il mangiare tutti i giorni che consisteva «in una porzione di pane la mattina e di una minestra di magro a mezzo giorno, eccetto la domenica che hanno una minestra di brodo con un pezzo di lesso.» Il settimanale “La Provincia di Arezzo” scriveva che il vitto era buono, ma insufficiente «per le persone di robusta complessione» anche se le guardie talvolta davano del supplemento di cibo e poi permettevano anche di portare gli alimenti ai familiari in visita. E nel libro di Gradassi, l’autore commenta: «Fra il tanfo dei reclusi accalcati in quel carcere, sicuramente si favoleggiava ancora di quando, otto anni prima, Federigo Bobini, il popolare Gnicche, era riuscito ad evadere corrompendo un guardiano. Ora la fuga non sarebbe stata più possibile, perchè su richiesta del nuovo capo guardiano erano stati eseguiti degli importanti lavori e i muri di cinta “portati ad un'altezza quasi insuperabile”».

Dopo questi quindici giorni di carcere Raffaello Conti, fu “beccato” di nuovo sette mesi dopo, sempre per furto e passò altri 45 giorni in prigione. A questo punto era schedato come pregiudicato e per un anno doveva sottostare a una specie di libertà vigilata. Ad esempio: ogni domenica si doveva presentare alla caserma dei Carabinieri, non poteva frequentare bettole o altri luoghi di riunione, non poteva lasciare il territorio comunale senza preavviso ai Carabinieri, non poteva uscire di notte e doveva subito trovare lavoro. Così dopo neanche un mese i carabinieri lo arrestarono di nuovo «per la sua prima, di una lunga serie, contravvenzione alle norme sulla sorveglianza». Tra violazioni alla vigilanza di Pubblica Sicurezza e qualche furto, il Conti entrava e usciva di continuo di prigione.

Aveva 18 anni quando il parroco di Ponina nel comune di Capolona, dove nel frattempo la famiglia Conti si era trasferita, lo fece lavorare sui campi della parrocchia. Il lavoro lo tenne lontano per poco dalla Pretura di Arezzo. Poi fu accusato nuovamente di furto e in quell’occasione, il 18 aprile 1882 (non aveva ancora 19 anni) fu chiamato per la prima volta ufficialmente il Sacrestino. Anche stavolta però era una storia di miseria, un furto per fame! Aveva rubato uno staio di grano del valore di 6 lire. Quando i Carabinieri arrivarono a casa trovarono 14 Kg di farina che il padre aveva  macinato presso un mugnaio di Talla. Giuseppe dichiarò che il grano l’aveva portato a casa il figlio e non sapeva da dove provenisse. Sagrestino fu condannato a 20 mesi e 2 anni di sorveglianza speciale. 

Uscito dal carcere tornò al lavoro presso il parroco e in quel tempo conobbe Luisa che aveva dodici anni più di lui. I due si sarebbero sposati, anche se la famiglia di lei era contraria alla relazione con il pregiudicato Conti. Nel giorni di Pasqua del 1888 (28 aprile), i giovani amanti raccolsero i loro risparmi, 85 lire, e con lo scopo di trovare una casa in affitto li affidarono a Giuseppe Tinti, detto Battifoco, «un individuo che possedeva terra e aveva più di una casa, un uomo che frequentava i mercati e maneggiava denaro», lo descrive il Gradassi. Venne scelta anche la casa dove Raffaello e Luisa sarebbero dovuti andare ad abitare e venne pattuito anche l’affitto con il Tinti (12 lire annue anticipate). Come ci spiega Enzo Gradassi (p. 48): «Un contratto sulla parola, fatto in piena fiducia, tanto che Sagresto ebbe anche la bella quanto ingenua pensata di affidare al possidente, in deposito, tutti i soldi, suoi e di Luisa: 85 lire dalle quali dovevano essere scalate le 12 di affitto». Non si  conoscono i motivi, me a un certo punto Raffaello fece un passo indietro e il matrimonio saltò. Non sembra che i giovani avessero litigato, ma ovviamente Luisa doveva riavere i suoi soldi (50 lire). Il Tinti tergiversò finché un giorno ne restituì una parte: “20 franchi” che Sagresto dette subito a Luisa. Invece Battifoco andò dai carabinieri a denunciare il furto di quei soldi. In casa di Luisa i militari trovarono i due fogli da dieci lire e un piccolo coltello di Sagresto che prontamente Luisa disse di avergli «levato tempo innanzi perché portando quell’arma poteva compromettersi». Al processo Luisa riferì che la gente diceva che il Tinti fosse un “trappolone” e che il Tinti mentiva perché lei era presente quando dette le 20 lire a Raffaello. Invece Battifoco accusò Sagresto di averlo aggredito con un coltello e derubato di 85 lire. Ci furono anche dei testimoni che erano a conoscenza del credito di Sagresto e che lui rivoleva a tutti i costi i suoi quattrini. Nonostante le testimonianze favorevoli al Conti, i giudici credettero più affidabile la versione del possidente che quella di una contadina analfabeta e di un pregiudicato. Sagresto fu condannato a due anni di carcere, a risarcire la parte lesa e a rifondere le spese processuali. Consigliato dall’avvocato Sagresto fece appello, che però il 19 gennaio 1889 venne respinto. Da creditore a debitore, oltre il danno la beffa!

Ma se il Conti fu condannato a due anni in prigione e due anni al confino, anche per il Tinti la storia non terminò qui. 

Attendiamo il ritorno di Sagresto dal domicilio coatto!

Claudio Cherubini
© Riproduzione riservata
18/01/2023 19:06:37

Claudio Cherubini

Imprenditore e storico locale dell’economia del XIX e XX secolo - Fin dal 1978 collabora con vari periodici locali. Ha tenuto diverse conferenze su temi di storia locale e lezioni all’Università dell’Età Libera di Sansepolcro. Ha pubblicato due libri: nel 2003 “Terra d’imprenditori. Appunti di storia economica della Valtiberina toscana preindustriale” e nel 2016 “Una storia in disparte. Il lavoro delle donne e la prima industrializzazione a Sansepolcro e in Valtiberina toscana (1861-1940)”. Nel 2017 ha curato la mostra e il catalogo “190 anni di Buitoni. 1827-2017” e ha organizzato un ciclo di conferenza con i più autorevoli studiosi universitari della Buitoni di cui ha curato gli atti che sono usciti nel 2021 con il titolo “Il pastificio Buitoni. Sviluppo e declino di un’industria italiana (1827-2017)”. Ha pubblicato oltre cinquanta saggi storici in opere collettive come “Arezzo e la Toscana nel Regno d’Italia (1861-1946)” nel 2011, “La Nostra Storia. Lezioni sulla Storia di Sansepolcro. Età Moderna e Contemporanea” nel 2012, “Ritratti di donne aretine” nel 2015, “190 anni di Buitoni. 1827-2017” nel 2017, “Appunti per la storia della Valcerfone. Vol. II” nel 2017 e in riviste scientifiche come «Pagine Altotiberine», quadrimestrale dell'Associazione storica dell'Alta Valle del Tevere, su «Notizie di Storia», periodico della Società Storica Aretina, su «Annali aretini», rivista della Fraternita del Laici di Arezzo, su «Rassegna Storica Toscana», organo della Società toscana per la storia del Risorgimento, su «Proposte e Ricerche. Economia e società nella storia dell’Italia centrale», rivista delle Università Politecnica delle Marche (Ancona), Università degli Studi di Camerino, Università degli Studi “G. d’Annunzio” (Chieti-Pescara), Università degli Studi di Macerata, Università degli Studi di Perugia, Università degli Studi della Repubblica di San Marino.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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