Opinionisti Il Direttore Davide Gambacci

Il mondo nelle mani degli algoritmi

"Occorre sempre stare al passo con i tempi e non perdere mai il giusto treno"

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Quale sarà il nostro futuro? È una delle domande che nell’ultimo periodo mi pongo sempre più frequentemente. Mi reputo giovane, ho compiuto giusto da un paio di mesi 38 anni, ma nel mio settore – quello della comunicazione – il tempo corre velocemente. Forze anche troppo. Occorre sempre stare al passo con i tempi e non perdere mai il giusto treno, il rischio sarebbe quello di rimare indietro e di conseguenza isolato. Quando ho iniziato a masticare il mondo della comunicazione, più precisamente quello dell’informazione, ancora alcuni comunicati arrivavano addirittura via fax. Quella chiamata, seguita dal codice di deviazione che innescava a sua volta quel tipico rumore quasi fastidioso per le orecchie. Si parlava ancora di carta chimica, quella degli scontrini tanto per intendersi, che se non veniva conservata correttamente si rischiava di perdere tutto. Da quel momento in poi è subentrata la mail, poi trasformata nel tempo addirittura in Pec; sono arrivati i social e i vari sistemi di messaggistica che non voglio citare i loro nomi per il rischio di dimenticarmene alcuni. Oggi ci troviamo nel mondo dell’intelligenza artificiale: sempre più spesso vediamo le due lettere, AI, una accanto all’altra che in un primo momento – non nascondiamoci dietro ad un dito – neppure sapevamo quello che stavano ad indicare. E il futuro? Già. Prima di tutto, una cosa appare evidente: ogni epoca ha avuto paura della tecnologia che stava cambiando il mondo. È successo con la stampa, con il telegrafo, con la radio, con la televisione, con internet. E oggi accade con l’intelligenza artificiale. Cambiano gli strumenti, ma non cambia il sentimento umano davanti a ciò che modifica abitudini, lavoro, relazioni e perfino il modo di pensare. Se guardiamo indietro, il percorso dell’uomo è stato una continua evoluzione dei mezzi di comunicazione. Dal piccione viaggiatore alle lettere affidate ai corrieri, dal telefono alle mail, fino ai social network e alle piattaforme digitali; ogni innovazione ha ridotto le distanze e accelerato il tempo delle decisioni. Oggi siamo arrivati a una soglia ancora più avanzata: quella delle macchine capaci non soltanto di trasmettere informazioni, ma anche di elaborarle, interpretarle e produrre contenuti autonomamente. L’intelligenza artificiale rappresenta probabilmente la più grande rivoluzione tecnologica dai tempi di internet. È dentro la nostra quotidianità: nei telefoni cellulari, nei sistemi di navigazione, nella medicina, nelle banche, nei motori di ricerca, nelle aziende e persino nelle nostre case. La domanda vera non è se l’intelligenza artificiale cambierà il mondo. Questo lo sta già facendo. Il punto è capire come l’uomo deciderà di utilizzarla. Ogni tecnologia, infatti, è neutrale: può migliorare la vita oppure peggiorarla, a seconda delle scelte che accompagnano il progresso. Un coltello può servire per tagliare il pane oppure per ferire. Lo stesso vale per l’AI. Ci sono aspetti positivi difficili da ignorare. Ma esiste anche l’altra faccia della medaglia. Ogni rivoluzione industriale ha cancellato professioni e ne ha create di nuove. Questa volta, però, il cambiamento appare più rapido e radicale. Molti lavori rischiano di essere sostituiti da sistemi automatizzati: nessun settore sembra totalmente immune. E allora emerge una questione fondamentale: siamo pronti culturalmente a questo cambiamento? La tecnologia corre molto velocemente e l’intelligenza artificiale evolve giorno dopo giorno. Il rischio più grande non è tanto quello delle macchine “più intelligenti” dell’uomo ma quello di un’umanità che smette di pensare criticamente. Se deleghiamo tutto agli algoritmi potremmo perdere progressivamente capacità fondamentali: il dubbio, il confronto, l’approfondimento, la responsabilità personale. C’è poi il problema della verità. Nell’era dell’intelligenza artificiale sarà sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che è artificiale. Per questo motivo il futuro non può essere lasciato soltanto nelle mani delle grandi aziende tecnologiche. Servono regole, etica, formazione e soprattutto consapevolezza. L’intelligenza artificiale deve restare uno strumento al servizio dell’uomo e non il contrario. La centralità della persona, del lavoro, della cultura e delle relazioni umane non può essere sacrificata in nome della velocità o del profitto. Forse il vero nodo della questione è proprio questo: il progresso tecnologico non coincide automaticamente con quello umano. Possiamo avere strumenti potentissimi e allo stesso tempo sentirci più soli, più fragili, più dipendenti. La storia insegna che ogni conquista tecnica richiede anche una crescita morale e culturale. Senza equilibrio, il rischio è quello di perdere il controllo del cambiamento. Dal piccione viaggiatore all’intelligenza artificiale, il cammino dell’uomo è stato straordinario. Sono state accorciate le distanze, moltiplicato le conoscenze e accelerato la comunicazione come nessuna generazione prima di noi avrebbe potuto immaginare. Ma il futuro non dipenderà soltanto dalle macchine che sapremo costruire. Dipenderà soprattutto dalla capacità dell’uomo di restare umano dentro un mondo sempre più digitale. La vera sfida dei prossimi anni, probabilmente, sarà questa: usare l’intelligenza artificiale senza rinunciare all’intelligenza naturale. Però un’altra domanda me la voglio porre: dopo l’intelligenza artificiale cosa ci sarà?

Davide Gambacci
© Riproduzione riservata
02/07/2026 12:42:52

Il Direttore Davide Gambacci

Si avvicina al giornalismo giovanissimo e ne rimane affascinato. Dal 2009 è iscritto all’ordine dei giornalisti della Toscana dopo aver fatto esperienza in alcune testate locali. Nel 2010 diventa direttore del quotidiano online Saturno Notizie e inviato fisso del quotidiano Corriere di Arezzo. Nel 2011 é stato nominato anche direttore responsabile del periodico l’Eco del Tevere e vice direttore di Saturno Web Tv. Ideatore e regista di numerosi programmi televisivi, dove da il meglio di se dietro la telecamera. Inchieste e cronaca i campi di particolare competenza professionale. Ricopre anche il ruolo di addetto stampa per alcune associazioni e Enti.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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