Opinionisti Il Direttore Davide Gambacci

Valtiberina, l’ospedale non chiude. Ma può sparire lo stesso

In atto una trasformazione che sposta il baricentro dall’ospedale al territorio

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Il futuro dell’ospedale della Valtiberina non si gioca dentro le sue mura. Ed è proprio questo il punto che rischia di sfuggire nel dibattito pubblico, spesso ridotto a una domanda tanto semplice quanto fuorviante: chiuderà o no? La risposta, oggi, è no. Ma è una risposta che non basta. Tutto questo non è affatto per creare allarmismi, bensì mettere in luce un dato di fatto che per certi aspetti è davanti agli occhi di tutti. Perché mentre si discute di reparti che restano, di lavori al pronto soccorso o di nuovi primari, il vero cambiamento avviene altrove: nella trasformazione silenziosa del sistema sanitario. Una trasformazione che sposta il baricentro dall’ospedale al territorio, dalle emergenze alla presa in carico continua, dalla struttura al servizio diffuso. L’imminente nascita della Casa di Comunità a Sansepolcro, operativa h24, è il segnale più evidente di questa direzione. Un modello che, sulla carta, promette più prossimità, più integrazione tra medici, infermieri e servizi sociali, più attenzione ai bisogni quotidiani soprattutto in un territorio anziano come la Valtiberina. Nella provincia di Arezzo, quella bagnata dal fiume Tevere, è sicuramente quella che detiene il primato. Ma è proprio qui che si apre la domanda vera: siamo di fronte a un rafforzamento della sanità territoriale o a una compensazione della progressiva riduzione dell’ospedale? Perché il rischio non è una chiusura formale, che sarebbe evidente e politicamente esplosiva. Il rischio è uno svuotamento graduale: meno servizi, meno specialisti, più trasferimenti verso altri presidi. Una trasformazione lenta, quasi invisibile, che nel tempo cambia la natura stessa dell’ospedale. Il dato che va in controtendenza, tenendo come riferimento sempre la questione del nosocomio biturgense al servizio principalmente dei sette Comuni della Valtiberina, sono le promesse o gli annunci di investimenti che in maniera periodica vengono diramati; c’è stato quello di svariati milioni di euro che ha interessato tutto il capitolo antincendio e in atto ci sono i lavori al pronto soccorso che dovrebbero consegnare – speriamo a breve! – una funzionalità diversa del servizio. Ok, bene e grazie a tutti quelli che sono gli investimenti ma occorre al tempo stesso anche il personale qualificato che possa operare degnamente e affrontare ogni tipo di emergenza. Medici e infermieri che vogliono venire in Valtiberina. L’assenza della pediatria, soprattutto per quello che riguarda la degenza, è una penalizzazione importante nonostante – ad oggi – il personale presente sia in grado di trattare sul momento traumi o episodi classificati con un codice basso di priorità. A rendere tutto più fragile – come detto - c’è un dato strutturale che nessuna riforma, da sola, può risolvere: ed è proprio la carenza di personale un po’ a 360 gradi. Mancano medici, soprattutto sul territorio. Mancano medici di base. E in un’area interna come la Valtiberina, meno attrattiva e più isolata, il problema pesa quasi il doppio. N’è l’esempio pratico quanto stanno vivendo i territori di Badia Tedalda e Sestino in questo momento, quest’ultimo rappresenta l’ultimo lembo di Toscana prima di accedere nelle Marche da una parte e in Emilia Romagna dall’altra. Praticamente sprovvisti di un medico di base, con garanzie solamente in giorni alterni. È qui che la questione sanitaria smette di essere solo sanitaria. Diventa una questione di equità territoriale. In molti, infatti, si trovano costretti a recarsi al pronto soccorso extraregionale poiché raggiungere quello della Valtiberina sarebbe una sfida epocale in caso d’urgenza; praticamente impossibile durante la stagione invernale quando ghiaccio e neve spesso fanno da padroni. Perché una riorganizzazione può funzionare nei grandi centri urbani, dove le distanze sono ridotte e i servizi si moltiplicano. Ma nelle aree interne il rischio è diverso: che la razionalizzazione si traduca, di fatto, in un arretramento. È proprio per questo che, a mio avviso, debbono essere fatti degli accordi tra aziende sanitarie extraregionali – per qualcosa già ci sono – mettendo comunque la persona al primo posto. Investimenti ci sono, e non vanno negati. Ma senza una visione chiara del ruolo futuro dell’ospedale, rischiano di apparire come interventi spot, non strategici. Si migliora ciò che c’è, ma non si dice cosa dovrà essere domani. E invece è proprio questa la domanda che la Valtiberina dovrebbe porre, con forza: che ospedale vogliamo tra dieci anni? Un presidio completo, capace di garantire autonomia? O una struttura di base, integrata in una rete più ampia ma inevitabilmente dipendente da altri territori? Difendere l’ospedale “com’era” probabilmente non è realistico. Ma accettarne una riduzione senza discuterne apertamente sarebbe un errore ancora più grande. In molti, a più riprese, avevano addirittura dichiarato che se l’ospedale doveva restare in queste condizioni era meglio creare un maxi pronto soccorso in grado, però, di soddisfare ad ogni tipo di esigenza. Perché quando i servizi sanitari arretrano, non arretra solo la sanità. Arretra un territorio intero. E nelle aree interne, dove ogni presidio è anche un presidio sociale, questo arretramento pesa di più, dura di più, e lascia segni più profondi. Il futuro dell’ospedale della Valtiberina, dunque, non è una questione tecnica. È una scelta politica. E come tutte le scelte politiche, richiede chiarezza, non ambiguità.

Davide Gambacci
© Riproduzione riservata
27/05/2026 10:08:15

Il Direttore Davide Gambacci

Si avvicina al giornalismo giovanissimo e ne rimane affascinato. Dal 2009 è iscritto all’ordine dei giornalisti della Toscana dopo aver fatto esperienza in alcune testate locali. Nel 2010 diventa direttore del quotidiano online Saturno Notizie e inviato fisso del quotidiano Corriere di Arezzo. Nel 2011 é stato nominato anche direttore responsabile del periodico l’Eco del Tevere e vice direttore di Saturno Web Tv. Ideatore e regista di numerosi programmi televisivi, dove da il meglio di se dietro la telecamera. Inchieste e cronaca i campi di particolare competenza professionale. Ricopre anche il ruolo di addetto stampa per alcune associazioni e Enti.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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