Opinionisti Paolo Tagliaferri

Remarque e i sogni di gioventù di ogni epoca

Dopo circa un secolo viene per la prima volta offerto nella traduzione italiana

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E’ stato pubblicato in questi giorni “Traguardo all’orizzonte”, romanzo di gioventù di Erich Maria Remarque (1898-1970) conosciuto a molti per la sua opera più celebre, quel “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (1929) che rappresenta l’affresco più impietoso ad angosciante di una generazione travolta e tradita dall’atrocità del primo conflitto mondiale. Le speranze e i sogni di un’intera gioventù spazzati via in quell’immane carneficina che furono le battaglie nelle Fiandre occidentali, di Verdun, della Somme, di Passchendaele e di molte altre. Nella sola battaglia combattuta per mesi nella valle del fiume Somme, nella Francia settentrionale, persero la vita più di 300.000 soldati dei due diversi schieramenti, tedeschi da una parte e francesi e inglesi dall’altra. Si trattava perlopiù di giovani, molti poco più che ragazzi, qualcuno che non aveva neppure terminato le scuole superiori, mandati al massacro in nome della patria e dell’onore. Guerra di posizione, dentro le trincee o sdraiati a strisciare nelle buche; guerra di attesa, fra il freddo e il fango, fra la fame e le malattie. Le trincee che nell’immaginario collettivo restano legate in maniera indissolubile a questo conflitto lontano e da molti dimenticato, e di cui gli ultimi superstiti se ne sono andati via ormai da anni. La storia che ci ricorda dei reticolati di filo spinato in cui i corpi agonizzanti restavano per ore senza possibilità di essere soccorsi, delle schegge delle granate che potevano spezzarti in due la spina dorsale, dei bombardamenti incessanti, del tetano e dei gas vescicanti. Cloro, fosgene ed iprite, una nebbia biancastra e dolciastra che avanzava strisciante e mortale nelle campagne desolate e spettrali dei campi di battaglia, premonitori delle future armi “non convenzionali”. Centinaia di migliaia di morti, perlopiù giovani, che torneranno alle proprie case credendo e sperando che la pace avrebbe restituito loro la propria vita e i propri sogni di giovinezza. Ma nulla potrà mai essere come prima. Reduci troppo segnati nel profondo e che ben presto dovranno scontrarsi con l’indifferenza generale, con l’abbandono e in molti casi con la miseria. Una rabbia repressa ed incompresa che sarà terreno fertile per quanto accadrà in Europa negli anni trenta e che porterà al secondo conflitto mondiale, una sorte di secondo tempo, di rivincita e di assurdo proseguo di quanto accaduto vent’anni prima.

Dopo circa un secolo, il “nuovo” romanzo di Remarque “Traguardo all’orizzonte” viene per la prima volta offerto nella traduzione italiana (Neri Pozza editore), nelle librerie da pochi giorni. Nella seconda metà degli anni ’20, “Station am Horizont”, questo il titolo originale, fu pubblicato a puntate su alcune importanti riviste dell’epoca, ben prima che l’autore desse alle stampe “Niente di nuovo sul fronte occidentale”. Reduce lui stesso dal fronte occidentale, dove aveva combattuto nelle Fiandre occidentali nel 1917 e dove era rimasto ferito ad una gamba da un proiettile di artiglieria (le famigerate “shrapnel” inglesi), iniziò nel dopo guerra a dedicarsi con successo alla scrittura dopo aver fatto il bibliotecario, l’uomo d'affari, l’insegnante e il giornalista.

Ho già intravisto questo prezioso nuovo volume nell’espositore posto di fronte all’ingresso della libreria in cui mi reco sovente. Stavo cercando un altro romanzo, “Il giorno dei giorni” di John Smolens (Mattioli 1885 editore) che ho acquistato e inizierò a leggere in questi giorni, incuriosito da questa storia di due ragazzini, Bea e Jed, sullo sfondo dei fatti drammatici che sconvolsero una comunità del Michigan nel maggio del 1927. Il libro “inedito” di Remarque può aspettare una settimana o due. Nel frattempo ho già letto con curiosità le poche pagine di anteprima che si possono scaricare sul sito web dell’editore. Una prosa ineccepibile, ricca e coinvolgente, come era del resto prevedibile. Sono impaziente di scoprire questo Remarque diverso, per una volta lontano dall’angoscia e dalle atrocità della guerra, in questa storia mondana, fatta di imprese sportive (il protagonista è un pilota automobilistico), di amori e di belle donne, di un mondo elegante e scomparso e di un’epoca probabilmente indimenticabile.

Tante letture che affollano la mia libreria e che inesorabilmente scandiscono questo periodo anomalo e forzatamente più casalingo e in cui il nostro pensiero e le nostre preoccupazioni sono ancora assorbite e monopolizzate dall’andamento dell’orrenda pandemia di Covid-19 che da oltre un anno influenza negativamente la nostra quotidianità.

E sempre di Remarque è stata la mia ultima lettura, “La via del ritorno” (1931) edito in Italia da Neri Pozza. L’avevo acquistato con poca convinzione, con quell’atteggiamento sospettoso tipico di quando ci troviamo di fronte al seguito di un’opera famosa che, inevitabilmente, finisce sempre per deluderci risultando di molto inferiore all’opera prima. Ma cosa mai poteva aggiungere a “Niente di nuovo sul fronte occidentale”? Lì c’era giù tutto, e con dovizia di particolari. Le atrocità della guerra descritte in ogni suo elemento, la crudeltà quotidiana che accompagna questi giovani al fronte, giorno dopo giorno, respiro dopo respiro. Le poche gioie dei momenti di pausa nelle retrovie, le scorribande nelle campagne alla ricerca di cibo e sullo sfondo il ricordo della scuola, dei compagni, del loro professore che con i suoi continui discorsi sulla patria in pericolo e sulla grandezza di servire lo Stato li aveva indotti ad arruolarsi volontari. Ma “La via del ritorno” non è né il seguito né un’evitabile appendice ad un capolavoro. Forse, in questo caso, il seguito supera addirittura l’opera prima. Ogni capitolo, ogni pagina, ogni frase, emoziona, scuote, coinvolge. Il racconto di una gioventù che torna dal fronte, che torna alle proprie case, ai propri affetti. Così come nel romanzo precedente sono loro, i giovani, i protagonisti della prosa attenta di Remarque. E in fondo, con le differenze

dettate dal contesto e dagli eventi storici, vi ritroviamo gli stessi sentimenti presenti nei giovani di ogni epoca. Quei sentimenti ancora autentici e diretti, quei sogni e quelle speranze che non paiono avere limiti, incuranti del rischio che possano risultare vani e non esaudibili. Gli anni della giovinezza, una età che ha qualcosa di magico ed irripetibile e che ad un certo punto ci abbandona per sempre e noi adulti ci troviamo inevitabilmente distanti e non più in sintonia. I sogni e le speranze dei ragazzi sono una condizione universale, presenti in ogni epoca e in ogni luogo, in tempo di guerra e in tempo di pace, nei periodi fiorenti e nei momenti difficili come è anche quello che stiamo trascorrendo in questi mesi di epidemia di Covid-19. I giovani di cui si discute sempre troppo, spesso a sproposito, frequentemente sbagliando e sottovalutandoli, dimenticandoci che anche noi un giorno fummo giovani ed avevamo tutt’altri pensieri. Adulti che parlano di giovani, che ne vorrebbero spiegare con piglio medico-scientifico le passioni e gli atteggiamenti. Ma come ci dice Ernst, la voce narrante del romanzo di Remarque, la gioventù non si lascia corrompere, i giovani si tengono uniti e formano un fronte impenetrabile contro gli adulti; non sono sentimentali, ci si può accostare, ma non farne parte; la gioventù non chiede di essere compresa ma desidera restare solo com’è. Noi adulti possiamo sentirsi in sintonia con la gioventù, ma non la gioventù con noi. E forse sono proprio i giovani che soffriranno maggiormente gli effetti di questi mesi di pandemia in cui siamo stati tutti costretti ad evitare contatti sociali. Hanno dovuto rinunciare a praticare i loro sport preferiti, ad andare a scuola, ad incontrare gli amici e i compagni, relegando e sminuendo le proprie passioni dentro anonimi computer, telefoni perennemente connessi, dispersi all’interno di videogiochi dove la loro identità viene surrogata e distorta. Non è necessario per i giovani essere tornati dalle trincee per trovarsi a soffrire, a scoprire improvvisamente di essere soli, svuotati, sfiduciati, sentendosi inadeguati, fuori luogo, sopraffatti. Nulla distingue in fondo le tante tragedie giovanili di questi mesi, dal destino del giovane Ludwig del romanzo di Remarque, ragazzo semplice e allegro, svuotato al proprio interno, che decide di farla finita e di tagliarsi le vene per sfogare dal corpo quel sangue odioso ed avvelenato. Sono impietose le statistiche di questi mesi ricordateci recentemente dal responsabile di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Bambin Gesù di Roma. Un preoccupante rialzo da ottobre 2020 ad oggi degli accessi al pronto soccorso con disturbo psichiatrico, che nel 90% interessa giovani tra i 12 e i 18 anni che hanno cercato di togliersi la vita. Altre statistiche ci rammentano che l’autolesionismo interessa il 20% degli adolescenti in Italia e che i suicidi sono la seconda causa di morte fra i 10 e il 25 anni. Nessuno di loro è tornato dalla guerra, dalle atrocità delle trincee, ma si trovano a dover combattere con gli stessi demoni, con le stesse paure, non più con l’elmetto sulla testa ma lasciati soli con un telefono in mano e un computer sulla scrivania.

C’è da chiedersi se valga ancora la pena o abbia un senso leggere di storie così angoscianti, di esistenze travolte e disperate, di epoche lontane e che forse non hanno nulla che le possa accomunare alla nostra vita contemporanea. Magari sarebbero più consigliabili letture più leggere. Ma inevitabilmente trovi molta più contemporaneità in questi capolavori del passato che in opere più recenti. E non posso che sentirmi in buona compagnia se nella classifica dei libri più venduti nel 2020 alla libreria aretina “Il viaggiatore immaginario”, il 12° posto è occupato con sorpresa da un titolo anch’esso giunto da un lontano passato, quel “Furore” di John Steinbeck (1939) dove la miseria e le angosce del periodo della grande depressione americana seguita al crollo economico del 1929, ci accompagna in una storia epocale e di forti emozioni.

Paolo Tagliaferri
© Riproduzione riservata
05/04/2021 16:03:07

Paolo Tagliaferri

Libero professionista – già dipendente del Centro ricerca e sviluppo della Pirelli Spa con esperienza presso il complesso metallurgico BMZ nella ex Unione Sovietica, da oltre venticinque anni consulente direzionale in materia di salute e sicurezza sul lavoro, normativa ambientale e antincendio. Docente formatore in corsi professionali. Auditor di sistemi di gestione della sicurezza sul lavoro per l’ente internazionale DNV. Scrittore autodidatta e per diletto.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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