Opinionisti Claudio Cherubini

Lontano da casa

La storia dell’emigrazione italiana è una storia lunga nel tempo

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Agli inizi del Novecento si diceva che Buenos Aires fosse la nuova grande capitale degli italiani. La storia dell’emigrazione italiana è una storia lunga nel tempo e che non è destinata a concludersi.

Negli anni che furono definiti della “Grande emigrazione italiana”, che coinvolse tutta la penisola tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, “l’emigrazione rappresentava [...] l'unica valvola di sicurezza per sottrarsi alla disoccupazione e alla miseria, o se non altro ad un lavoro retribuito con salari troppo bassi”, ebbe modo di scrivere lo storico Tommaso Fanfani.

Negli anni tra il 1876 e il 1915 oltre 14 milioni di italiani partirono emigranti, intere cittadine (in particolare al sud) si spopolarono. A partire non erano solo i più poveri, anzi loro spesso non avevano di che pagare il viaggio, molti erano piccoli proprietari, piccoli artigiani. Come gli immigrati di oggi, di solito non partiva tutta la famiglia. Sono eccezioni le famiglie venete e meridionali che partirono per il Brasile. Quasi sempre partiva un maschio di casa che per andare nelle Americhe si imbarcava a Genova o a Le Havre, viaggiava in terza classe dormendo su un sacco di paglia per alcune settimane nelle stive delle navi, quasi nelle stesse condizioni degli schiavi che dall’Africa erano stati deportati in America fino agli inizi dell’Ottocento. Molti morivano. I sopravvissuti affrontavano l’umiliante filtro degli uffici d’immigrazione e poi i pregiudizi della popolazione locale.

Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento il 45% degli immigrati in Argentina erano italiani. E ancora oggi per chi non c’è ancora stato prima, come Francesco Guccini nella sua canzone intitolata «Argentina», questa terrà che sembra “solo un’espressione di un’equazione senza risultato”, in fondo è un racconto di déjà-vu.

Agli inizi del Novecento si diceva che Buenos Aires fosse la nuova grande capitale degli italiani. “Siamo in un’epoca in cui a Buenos Aires la gente proveniente dall’Italia cominciava a superare per numero i nativi. Tre milioni di italiani sono entrati in Argentina durante un secolo”, ci fa notare Tito Barbini che ha scritto il romanzo intitolato «Severino e America Storia d’amore e d’anarchia nella Buenos Aires del primo Novecento». L’autore vorrebbe che il libro fosse considerato “un romanzo di sentimenti, una storia di persone che si cercano e si perdono per tutto il tempo di una vita senza mai trovarsi veramente”, ma è anche un’indagine storica e un racconto di emigrazione dei due protagonisti: il marchigiano Severino di Giovanni, anarchico che verrà fucilato nel 1931 dopo essersi reso protagonista di una serie di attentati e rapine, e América Josefina Scarfò (che morì nel 2006 a 93 anni) i cui genitori emigrarono dalla Calabria ed ebbero questa figlia in Argentina (e altri sei, più uno nato in Calabria prima di partire). Questo nome, América, è “il nome di una speranza”. E’ una storia di sentimenti, ma anche di crimini: gli anarchici hanno ragione in tutto, tranne che nella violenza (come diceva Lev Tolstoj). Quel regime militare in cui vivono Severino e América, solo qualche decennio più tardi instaurerà in Argentina una terribile dittatura e non fucileranno più gli oppositori davanti ai giornalisti come avevano fatto anche con Severino, ma li faranno scomparire, magari con i voli della morte.

Nonostante ciò per gli immigrati negli Stati Uniti l’inserimento è stato sempre più difficile che nell’America del sud. Si diceva che gli italiani non erano bianchi, “ma nemmeno palesemente negri”, che erano una “razza inferiore”, una “stirpe di assassini, anarchici e mafiosi”. Emblematica è la storia di Nicola Sacco, un operaio, e Bartolomeo Vanzetti, un pescivendolo ambulante, giustiziati innocenti nel 1927 con l’accusa di omicidio, in realtà vittime del pregiudizio sociale perché italiani e di quello politico perché anarchici. La storia è raccontata in un bellissimo film del 1971, ma ancora nel 1973 il presidente Nixon disse a proposito degli italiani: “Non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nel modo di agire diverso. Il guaio è che non si riesce a trovarne uno che sia onesto”.

La storia dell’emigrazione italiana è una storia lunga nel tempo e che non è destinata a concludersi. L’emigrazione era ripresa nel secondo dopo guerra fino agli anni settanta del secolo scorso. Poi la successiva ondata migratoria è cronaca dei giorni nostri e si è incrementata con la crisi della “grande recessione” innescata nel 2006 negli USA dalla crisi finanziaria (crisi dei subprime) e del mercato immobiliare, che poi ha coinvolto anche l’Italia da dove a “scappare” sono, come un tempo i giovani (oggi, molte più donne di allora) alla ricerca di opportunità nel mercato del lavoro.

Dal 1861 circa 20 milioni di italiani hanno lasciato per sempre l’Italia e ad oggi gli oriundi italiani nel mondo sono un numero tra i 60 e gli 80 milioni.

Invito alla lettura: Tito Barbini, Severino e America Storia d’amore e d’anarchia nella Buenos Aires del primo Novecento, Mauro Pagliai Editore, Firenze 2018.

Invito all’ascolto: Francesco Guccini, Argentina, dall’album LP «Guccini», EMI italiana, 1983.

Invito alla visione: Sacco e Vanzetti, diretto da Giuliano Montaldo, con Gian Maria Volonté e Riccardo Cucciolla, Italia/Francia 1971 (visibile su RaiPlay nella versione restaurata nel 2017).

Redazione
© Riproduzione riservata
14/04/2021 14:46:33

Claudio Cherubini

Imprenditore e storico locale dell’economia del XIX e XX secolo - Fin dal 1978 collabora con vari periodici locali. Ha tenuto diverse conferenze su temi di storia locale e lezioni all’Università dell’Età Libera di Sansepolcro. Ha pubblicato due libri: nel 2003 “Terra d’imprenditori. Appunti di storia economica della Valtiberina toscana preindustriale” e nel 2016 “Una storia in disparte. Il lavoro delle donne e la prima industrializzazione a Sansepolcro e in Valtiberina toscana (1861-1940)”. Nel 2017 ha curato la mostra e il catalogo “190 anni di Buitoni. 1827-2017” e ha organizzato un ciclo di conferenza con i più autorevoli studiosi universitari della Buitoni di cui ha curato gli atti che sono usciti nel 2021 con il titolo “Il pastificio Buitoni. Sviluppo e declino di un’industria italiana (1827-2017)”. Ha pubblicato oltre cinquanta saggi storici in opere collettive come “Arezzo e la Toscana nel Regno d’Italia (1861-1946)” nel 2011, “La Nostra Storia. Lezioni sulla Storia di Sansepolcro. Età Moderna e Contemporanea” nel 2012, “Ritratti di donne aretine” nel 2015, “190 anni di Buitoni. 1827-2017” nel 2017, “Appunti per la storia della Valcerfone. Vol. II” nel 2017 e in riviste scientifiche come «Pagine Altotiberine», quadrimestrale dell'Associazione storica dell'Alta Valle del Tevere, su «Notizie di Storia», periodico della Società Storica Aretina, su «Annali aretini», rivista della Fraternita del Laici di Arezzo, su «Rassegna Storica Toscana», organo della Società toscana per la storia del Risorgimento, su «Proposte e Ricerche. Economia e società nella storia dell’Italia centrale», rivista delle Università Politecnica delle Marche (Ancona), Università degli Studi di Camerino, Università degli Studi “G. d’Annunzio” (Chieti-Pescara), Università degli Studi di Macerata, Università degli Studi di Perugia, Università degli Studi della Repubblica di San Marino.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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