Opinionisti Paolo Tagliaferri

Famiglie per l'accoglienza

Ci sono aspetti che solo chi li vive in prima persona può comprendere pienamente il significato

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Vi sono aspetti della vita dei quali solo chi si trova ad affrontarli in prima persona ne può comprendere pienamente il significato, le difficoltà, l'impatto emotivo e gli aspetti più profondi. Fra questi vi è senza dubbio il mondo delle adozioni, degli affidi, dell'assistenza e dell’accoglienza di bambini, di neonati o di ragazzini. Realtà in cui scelte più o meno obbligate, miseria o condizioni di difficoltà, singoli episodi o eventi, hanno decretato un destino diverso a molte giovani o giovanissime esistenze. Quel mondo in cui, come evidenziava S.Giovanni Paolo II, si genera un amore che è innanzitutto dono di sé, una accoglienza, una premura e una dedizione per nulla inferiore a quella fondata sull'appartenenza biologica. Ne ho parlato in questi giorni con Adriano Di Sisto, membro del direttivo dell'associazione “Famiglie per l'accoglienza”, una rete di famiglie che si occupa da molti anni di condividere l’esperienza dell’accoglienza famigliare, sia che si tratti di adozione e di affidamento ma anche più semplicemente di ospitalità per adulti in difficoltà, disabili o anziani. Una rete diffusa in diversi paesi del mondo e che in Italia conta oltre 3100 famiglie che, nel corso degli anni, hanno accolto oltre 1500 bambini ed adulti oltre ad aver organizzato e svolto 28 corsi per adozione, affido e case d’accoglienza a cui hanno partecipato ben 2900 persone. Prima di fare quattro chiacchiere con Di Sisto, mi sono soffermato sul sito web dell'associazione per leggere l'ultimo editoriale del luglio scorso di Luca Sommacal, presidente di Famiglie per l’Accoglienza. Viene ripercorso il cammino degli ultimi mesi, un periodo per tutti difficile e in cui l’emergenza sanitaria del Covid-19 ha stravolto le nostre vite e la nostra quotidianità, a maggior ragione a coloro che proprio negli incontri e nei contatti diretti trovano la forza per la condivisione di un difficile cammino. Mesi in cui, ricorda il presidente, ci sono stati momenti di particolare difficoltà basti pensare all’impossibilità dei figli in affido di incontrare la famiglia di origine. Un periodo in cui, come del resto per molti di noi, sono state sperimentate nuove forme per la famiglia, per il lavoro e nei rapporti di amicizia. Con Di Sisto ci troviamo a parlare inevitabilmente di molti temi, nessuno dei quali può trovare una risposta o una valutazione univoca, che si possa cioè adattare ad ogni situazione. Come affrontare, ad esempio, uno degli aspetti più delicati e complessi ovvero il fatto che il bambino adottato o in affido porta con sé, in maniera più o meno consapevole, un proprio vissuto di danneggiamento e dolore legato all'essere stato privato della possibilità di vivere con i propri genitori biologici. L'angoscia di non sapere se potranno mai più contare su legami certi ed indissolubili. In particolare nei bambini in adozione permane non di rado il pensiero sull’origine della propria condizione ovvero quello di essere stati abbandonati. Di Sisto evidenzia il pericolo che si possa addirittura generare in loro un senso di colpa, di inadeguatezza, di convinzione di essere loro stessi la causa del proprio destino in quanto imperfetti, inopportuni e ad ogni modo non meritevoli di essere accuditi e protetti dai propri genitori biologici. Bambini ed adolescenti, continua Di Sisto, che in molti casi si troveranno a lottare con un sentimento di autostima che faticherà a decollare soprattutto nell’età adolescenziale e per i quali, anche se immersi nell’amore della famiglia adottiva, un vuoto potrà restare per sempre nei loro cuori. La maturità riuscirà a colmare, a stemperare, ma mai a far dimenticare. Parliamo dell'importanza che le delusioni e il dolore di molti genitori che, non potendo avere figli naturali decidono di adottare un bambino, non determini però aspettative eccessive e incongrue, che si eviti cioè di attribuire al bambino in adozione un inesistente potere curativo delle ferite provate dalla coppia adottiva. Non possiamo che essere concordi con quanto a suo tempo indicato dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti del fanciullo, ovvero che l’adozione non deve essere uno strumento risolutivo di un problema di fertilità o di una volontà di genitorialità, ma un modo per proteggere un bambino a cui è stata negata l'infanzia e per rispettare il suo diritto ad avere una famiglia.

Adriano Di Sisto non è solo nel direttivo dell'associazione Famiglie per l'Accoglienza ma è lui stesso un padre di bimbi naturali e adottivi. Una grande famiglia di cinque figli e con all'orizzonte l'arrivo a dicembre del sesto. È un padre entusiasta che, con sua moglie, riescono a coniugare gli impegni di lavoro con il cammino non certo facile di crescere un numero così significativo di figli. Non si sente né salvatore dei propri figli adottivi né in credito con loro.

I genitori, biologici o adottivi, hanno in fondo lo stesso identico ruolo, ovvero devono saper riconoscere i bisogni dei figli e, come sapientemente ricordava Papa Benedetto XVI, non devono essere né amici né padroni della vita dei figli, bensì custodi di questo dono incomparabile, educatori che si preoccupano seriamente della crescita e della educazione dei propri figli, perché maturino come uomini responsabili e onesti cittadini.

Paolo Tagliaferri
© Riproduzione riservata
14/08/2020 15:44:22

Paolo Tagliaferri

Professionista – Chimico, già dipendente del Centro ricerca e sviluppo della Pirelli Spa con esperienza presso il complesso metallurgico BMZ nella ex Unione Sovietica, da oltre venticinque anni consulente direzionale in materia di salute e sicurezza sul lavoro e normativa ambientale. Docente formatore in corsi professionali. Auditor di sistemi di gestione della sicurezza sul lavoro per l’ente internazionale DNV GL. Attualmente direttore generale di una società di professionisti attiva nei servizi direzionali e di progettazione. Scrittore autodidatta e per diletto.


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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