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Sansepolcro, la città delle occasioni perdute

La nostra Torre di Berta é come "La sora Camilla, tutti la vonno e nissuno la pija"

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Viene proprio da dire che Sansepolcro è la città delle occasioni perdute. Il 25 aprile doveva essere ricostruita la Torre di Berta, secondo le sue reali dimensioni, ma in cartone. Purtroppo la vicenda legata al Covid-19 ha reso impossibile la realizzazione di questo evento che con molta probabilità sarà riproposto in altra data. Il progetto in oggetto aveva diviso la città tra favorevoli e contrari, ma questo non è una novità per una città come Sansepolcro, dove il “chiacchiericcio” è pane quotidiano. Tengo a precisare, in ogni caso, che l’operazione in questione è il risultato di un progetto presentato da CasermArcheologica con il sostegno del Ministero dei Beni Culturali e Ambientali e la collaborazione del Comune di Sansepolcro, della sezione biturgense dell’Anpi, del Museo e Biblioteca della Resistenza e di una nota azienda locale del settore. La proposta di CasermArcheologica è stata una fra le 24 scelte fra le 208 pervenute e la realizzazione dell’opera è stata affidata all’artista francese Oliver Grossetéte e al suo team. Complimenti per essere stati scelti, allora! Tutto questo per dovere di cronaca, ma per il resto non voglio entrare nel merito della decisione. Piuttosto – e qui entro in presa diretta – mi piace ricordare quanto avvenne poco prima dell’avvento del nuovo millennio ed è qui che si è consumata l’occasione persa: eravamo alla fine degli anni Novanta, quando al Borgo si era addirittura formato un comitato per la ricostruzione della Torre di Berta del quale facevano parte “attiva” – fra gli altri - il professor Franco Polcri (che dal 2006 al 2011 sarebbe divenuto sindaco) e il fratello Enrico; comitato che aveva avuto un’idea senza dubbio degna di interesse per restituire lustro alla piazza e rendere più viva e tangibile la memoria di ciò che resta del simbolo per eccellenza di Sansepolcro, anche se da quasi 76 anni non esiste più. Un simbolo così forte che in ogni casa della città, specie in quelle nelle quali abitano i “borghesi” veri, non può mancare una foto d’epoca in bianco e nero che immortala l’antica torre al centro della piazza principale, oggi recante il suo nome. Purtroppo, ancora una volta dobbiamo riconoscere che la politica locale non ha di certo brillato: intanto perché – a parte le chiacchiere – nessuno ha pensato in primis di ricostruire la torre. È vero che venne minata dai tedeschi e fatta saltare in aria la mattina del 31 luglio 1944, come è vero che, assieme ad essa, anche i palazzi posizionati attorno alla piazza subirono gravi ferite, ma mentre questi edifici furono tutti ricostruiti o ristrutturati, della torre ci si preoccupò di portare via le macerie, quasi come se (scusate la provocazione!) distruggendola ci avessero fatto un piacere. E dire che le pietre erano rimaste lì. Soltanto a distanza di molti anni, sono state recuperate le lancette dell’orologio della torre e incorniciate in un quadro esposto oggi nella sede comunale di Palazzo delle Laudi, ma pare che anche in passato – notizie storiche non corredate tuttavia da una certezza assoluta – vi fossero stati altri tentativi di disfarsi della torre. Fino a oltre metà del secolo XIX, infatti, vi era una porzione nettamente minore dell’attuale piazza: era la vecchia piazza delle Erbe, con la torre del XII secolo appoggiata a palazzi che vennero abbattuti nel 1868 per l’ampliamento alle dimensioni dell’attuale piazza. La torre si era ritrovata perciò al centro (o quasi) della nuova piazza e in due circostanze il consiglio comunale si sarebbe espresso per demolirla, poiché l’intenzione sarebbe stata quella di sostituirla con una fontana. Ma alla fine, come i fatti hanno dimostrato, la torre rimase in piedi. Per non perdere il filo del discorso, torniamo alla grande occasione concreta persa dalla città (insisto ancora su questo concetto) per ridare splendore al monumento. I membri del comitato sorto a fine anni Novanta – o alcuni di essi – si recarono in quel periodo da Gae Aulenti, che incontrarono nella sua residenza situata nelle vicinanze di Gubbio. Come tutti sapete, Gae Aulenti (morta nel 2012) è stata uno fra gli architetti più importanti del dopoguerra, dotata di un talento e anche di un coraggio che le avevano permesso di sfatare uno dei tanti assurdi luoghi comuni del passato, secondo i quali l’architettura sarebbe stata un’arte per soli uomini. Lei è stata la prima vincitrice donna del Premio Pritzker, una sorta di “Nobel dell’architettura”; ha restaurato e allestito il Museo Orsay di Parigi, ha creato la lampada “Pipistrello” nel 1965 per lo show-room di Olivetti e ha svolto un’attività a livello nazionale e internazionale che le sono valse la medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte nel 1994 e la nomina a Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana nel 1996. Ci fermiamo qui: tanto per riassumere il tutto, possiamo definire Gae Aulenti alla stessa stregua di un Renzo Piano al femminile per genialità, capacità e fama. Ebbene, l’architetto Aulenti si rese disponibile a redigere il progetto di ricostruzione della Torre di Berta con una soluzione originale: una struttura in vetro in scala 1:1 (quindi con le esatte dimensioni che aveva), mixando abilmente l’arte contemporanea con quella del passato. Una torre completamente trasparente – altra particolarità, quindi – con al suo interno uno spazio per la documentazione storica e con la possibilità di accedervi attraverso una scala interna, per poi salire fino alla parte più alta, quella della campana e ammirare i tetti del Borgo. Gae Aulenti – a quanto risulta – avrebbe risposto di sì, purchè la realizzazione della torre non fosse rimasta fine a sé stessa. Della serie: se di nuovo innalzata al centro della piazza, avrebbe dovuto essere un qualcosa di funzionale, con una ben precisa finalità e non un mero “oggetto” riportato al suo posto e basta, ma su questo non vi erano problemi, come sopra spiegato. Non solo: questo progetto alimentò entusiasmo ed ebbe risonanza anche in ambito nazionale, tanto che un artista di fama mondiale, Fernando Botero (famoso per i dipinti con i personaggi in… carne) si rese disponibile a donare alcune delle sue opere per la creazione di un percorso artistico-culturale dentro la torre in vetro. Pensiamo allora a cosa sarebbe stato per la città un percorso culturale di questa portata, che dal grande Piero della Francesca con i suoi capolavori al museo civico avrebbe consentito al turista, o al semplice visitatore, di scendere lungo via Matteotti e di arrivare in piazza (cento metri in tutto) per ammirare il nuovo monumento, avente il duplice scopo di riportare alla luce un pezzo di storia della città e di farlo diventando un museo votato all’arte contemporanea. Ma non è finita qui. Allestire il manufatto avrebbe per giunta comportato un costo zero per la collettività: oltre alla disponibilità di Gae Aulenti, c’era infatti anche quella di un’azienda di livello mondiale per ciò che riguarda la produzione di vetri speciali, la Saint Gobain, che avrebbe volentieri accettato di fungere da sponsor della situazione. E lo avrebbe fatto al 100%, cioè per l’intera struttura. Si parla tanto di turismo, ma sembra che a Sansepolcro questa parola serva più per riempirci la bocca che per altro: chiacchiere, proposte, di nuovo chiacchiere, ma all’atto pratico non succede mai nulla. Tutto insomma svanisce, non ha un seguito. Come un fuoco di paglia, molto spesso le novità a Sansepolcro si accendono e in breve tempo si smorzano. Perché questo “fuoco” non riesce ad attaccare? Probabilmente – lo dico da biturgense che oramai conosce vizi e virtù del posto in cui è nato e vive da sempre – perché le polemiche e gli interessi di singoli, o di gruppi, hanno sempre finito con il prevalere su quelli della collettività’, un po’ come la Via dei Musei, progetto che il sottoscritto e altri biturgensi spingono da oltre 20 anni ma che non viene fatto “partorire”, chissà perché? E basta con il ritornello che non ci sono i soldi, probabilmente manca solo la volontà. Tutto questo, combinato con la crisi degli ultimi anni, ha fatto sì che la città fosse entrata in sofferenza. Inutile stare a ripetere la storiella: quando eravamo il capoluogo economico della vallata che garantiva stipendi e benessere anche a una bella fetta di vallata (dalla Buitoni alle camicie, dalle maglie alle mattonelle, tutte aziende aventi un numero di dipendenti con tre e anche quattro cifre), determinati problemi non si ponevano. Certamente, eravamo anche allora la città di Piero, ma la componente economico-produttiva – in altre parole, la ricchezza - ricopriva un ruolo più incidente rispetto a quella artistico-culturale, da concretizzare in attrazione turistica. C’era lavoro praticamente per tutti e il commercio frullava a mille. E se anche abbiamo capito a metà degli anni ’80 – quando la Buitoni cominciava a non garantire più le certezze dei periodi precedenti – che il turismo avrebbe potuto rivelarsi un volano efficace per la riconversione almeno parziale di un’economia locale che non sarebbe mai più tornata a quei livelli, è pur vero che cultura e mentalità in chiave turistica erano ancora alle prime armi rispetto ad altre città e località che invece operano e investono esclusivamente in funzione del turismo. Oggi, a distanza di 30 e più anni, qualche passo in avanti è stato di conseguenza compiuto, ma ancora bisogna recuperare terreno, perché non è possibile che una città bella, ordinata, caratteristica e apprezzata anche dal punto di vista enogastronomico non riesca a produrre numeri maggiori di quelli che sviluppa. E forse, uno dei motivi di questo handicap è da individuare proprio nella incapacità di sapersi distinguere dal contesto generale per un qualcosa di unico, originale e anche curioso. Il paradosso emblematico di Sansepolcro, tanto per aprire una parentesi e rendere l’idea, si individua in un altro dei suoi storici simboli: la Resurrezione di Piero, considerato quantomeno uno fra gli affreschi più belli del mondo (basta questo, non è necessario rivendicare che sia il migliore in assoluto, anche se per qualche illustre esponente lo è), ma alla resa dei conti viene da pensare che sia stato il restauro e la risonanza mediatica di esso – eccellente, per carità - a farlo conoscere più della sua semplice presenza al Borgo. Un problema di promozione e di comunicazione, perché non si può avere la pretesa che tutti conoscano la Resurrezione e che sappiano che si trova al museo di Sansepolcro. Il discorso diventa similare per la mancata torre di vetro: invece di una intuizione geniale per il Borgo, capace di attirare gente (pensiamo a cosa sarebbe potuto avvenire se davvero vi fossero state le opere di Botero o altri artisti di questo calibro a pochi metri da quelle di Piero), qualcuno vi aveva magari visto più un intralcio che altro, dal momento che la torre “vera” non c’era più dal 1944 e che un qualsiasi tentativo di rimetterla in piedi non avrebbe comunque avuto la stessa forza di ciò che era originale. Pure supposizioni che mi vengono in mente; certamente, non esisteranno controriprove a quanto ho detto, sostenuto e ripetuto finora. Non posso quindi fare altro che ribadire il mio pensiero e chiudere alla stessa maniera di come avevo aperto e proseguito questo mio intervento: la non ricostruzione della torre in vetro – con la firma di Gae Aulenti, il sostegno di Saint Gobain e il battesimo di Botero – è stata l’ennesima ghiotta opportunità gettata alle ortiche per mancanza di lungimiranza. Non so per quali motivi sia stata fatta cadere la cosa; di certo, però, avremmo dovuto crederci di più!       

Domenico Gambacci     

Redazione
© Riproduzione riservata
10/04/2020 10:52:42

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Imprenditore molto conosciuto, persona schietta e decisa, da sempre poco incline ai compromessi. Opera nel campo dell’arredamento, dell’immobiliare e della comunicazione. Ha rivestito importanti e prestigiosi incarichi all’interno di numerosi enti, consorzi e associazioni sia a livello locale che nazionale. Profondo conoscitore delle dinamiche politiche ed economiche, è abituato a mettere la faccia in tutto quello che lo coinvolge. Ama scrivere ed esprimere le sue idee in maniera trasparente. d.gambacci@saturnocomunicazione.it


Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.


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