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Il professor Massimiliano Marianelli, Rettore dell’Università degli Studi di Perugia

Partecipazione e programmazione sono le parole d’ordine

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Classe 1974, 51 anni compiuti nel mese di luglio, il professor Massimiliano Marianelli dallo scorso 1° novembre è il nuovo Rettore dell’Università degli Studi di Perugia, succedendo al professor Maurizio Oliviero. Originario di San Giustino, più precisamente della frazione di Lama, nel 2009 è entrato a far parte dell’Ateneo Umbro come ricercatore, ottenendo la posizione di Professore Associato nel 2015 e, tre anni dopo, quella di Professore Ordinario. Nel corso della sua carriera ha avuto l’opportunità di insegnare e di collaborare con diverse istituzioni accademiche internazionali, mantenendo sempre saldo il legame con l’Alta Valle del Tevere. Ascolto, partecipazione e programmazione sono le parole d’ordine, oltre alle chiavi del suo mandato che scadrà il 31 ottobre 2031

Chi è Massimiliano Marianelli?

“Sono Professore Ordinario di Storia della Filosofia e da molti anni vivo l’Università di Perugia in tutte le sue dimensioni: didattica, ricerca, terza missione, ho ricoperto incarichi istituzionali importanti – dalla Delegazione alla Didattica alla Presidenza del Presidio di Qualità, fino al Senato Accademico e alla Direzione di Dipartimento. Ho ascoltato moltissimo, prima ancora di prendere la parola. Ed è proprio quell’ascolto che mi ha guidato a candidarmi come Rettore, perché ho avvertito chiaramente un bisogno comune: restituire centralità alla nostra comunità universitaria, farla crescere attraverso cura, relazioni e partecipazione”.

Quali erano i principali punti del programma che l’hanno portata a diventare Rettore?

“Ho proposto un’idea molto precisa di Università: un luogo aperto, accogliente, libero, dove ogni persona – dagli studenti ai docenti, dal personale tecnico-amministrativo ai ricercatori – trovi riconoscimento, spazio, voce. Il mio programma nasce da tre parole: ascolto, partecipazione, programmazione. Ho parlato di un Ateneo che non decide dall’alto, ma che lavora insieme, attraverso processi chiari, trasparenti, condivisi. Ho insistito sulla necessità di semplificare, di snellire la burocrazia, per restituire tempo e energie alla didattica e alla ricerca. Ho messo al centro i Dipartimenti, perché è lì – nella vita quotidiana – che si sente davvero il polso dell’Ateneo. E soprattutto ho ribadito l’importanza di prenderci cura delle persone: con servizi migliori, con più attenzione al benessere, con un welfare vero, anche psicologico, che permetta a tutti di vivere l’università in un clima sereno”.

Che momento storico sta vivendo l’Università di Perugia?

“È un momento di trasformazione profonda. L’università italiana sta cambiando rapidamente: nuovi modelli, nuove tecnologie, nuovi competitor – anche privati – stanno ridisegnando il panorama accademico. Perugia, in tutto ciò, è un Ateneo storico, antico, prezioso. Ma proprio per questo deve sapersi rinnovare. Abbiamo bisogno di rafforzare la nostra identità pubblica, di confermare che la qualità, la competenza, la serietà sono il nostro valore aggiunto. Stiamo crescendo nel numero di studenti, stiamo potenziando la ricerca internazionale e vogliamo investire nella modernizzazione degli spazi. È un momento impegnativo, ma ricco di possibilità: possiamo scegliere che tipo di Università vogliamo essere. Ed è questa scelta che oggi stiamo costruendo insieme”.

Da bambino che cosa sognava di fare da grande?

“Sin dai tempi del Liceo, a Città di Castello, desideravo fare il ricercatore. Paradossalmente, non è stata la filosofia in senso stretto a introdurmi a questo percorso, ma le traduzioni dal latino: prima ancora di affrontare veri testi filosofici, quelle esercitazioni mi invitavano già a un atteggiamento riflessivo. Solo più tardi ho capito che quel tipo di interrogazione — il fermarsi sulle parole, il cercare il significato, il dubitare del senso apparente — era, in fondo, già una forma di pratica filosofica. Ciò che mi ha affascinato, fin dall’inizio, è stato il carattere radicale e insieme libero della filosofia: la capacità di porre buone domande più che di fornire risposte definitive. La filosofia, per me, è stata subito uno spazio aperto, accessibile a tutti, in cui la ricerca non coincide con il possesso di un sapere, ma con il movimento stesso del domandare. Con il tempo, questo atteggiamento è diventato anche un pensiero sulla relazione — “spazio del tra”, dell’incontro — che ha guidato il mio modo di pensare e di lavorare. Per questo non ho mai avuto dubbi: fare il ricercatore era ciò che volevo fare, diventarlo significava semplicemente assumere fino in fondo questo modo di essere filosofo: perché è una disciplina che invita a mettere insieme le cose, a “costruire ponti”. E questo, in fondo, è ciò che provo a fare ogni giorno”.

Come immagina l’università del futuro?

“La immagino come un luogo profondamente umano, anche in un tempo dominato dalla tecnologia. Un luogo che non si limita a trasmettere competenze, ma che insegna a pensare, a capire il mondo, ad abitare la complessità. Un’università capace di dialogo tra discipline: dove ingegneri e filosofi, medici e umanisti, scienziati e giuristi costruiscono insieme saperi nuovi. E soprattutto un’università internazionale, che mantiene però un legame forte con la propria identità. Perugia ha un’anima umbra, e questa è una ricchezza straordinaria: dobbiamo portarla nel mondo, non nasconderla”.

Rapporto professore–studente: deve esserci un netto distacco o può essere anche collaborazione?

“Per me deve esserci sempre rispetto dei ruoli, certo, ma mai distanza umana. Il professore non è un “deposito di sapere” e lo studente non è un “contenitore da riempire”. L’insegnamento è una relazione: si cresce insieme, si apprende insieme. Io credo in una docenza che ascolta, che dialoga, che si mette in discussione. Una docenza che aiuta i ragazzi a scoprire la propria strada, non a percorrere quella già tracciata da altri”.

Quanto è importante per l’Ateneo costruire un legame forte con il territorio?

“È essenziale. L’università non può essere un’isola, e men che meno una torre d’avorio. Perugia e l’Umbria hanno bisogno dell’Università, così come l’Università ha bisogno del territorio: della sua cultura, delle sue istituzioni, delle sue imprese, delle sue scuole. La terza missione non è un compito accessorio: è parte integrante del nostro essere comunità. Noi dobbiamo generare valore sociale, culturale, economico. E lo possiamo fare solo restando profondamente radicati nel nostro territorio, senza però perdere la prospettiva internazionale”.

Quali sono i numeri del suo Ateneo?

“L’Università degli Studi di Perugia è una comunità molto ampia: abbiamo più di trentamila studenti, oltre mille persone che lavorano ogni giorno per far funzionare l’Ateneo e circa milleduecento tra docenti e ricercatori. Abbiamo corsi di laurea in tutte le aree: dall’umanistica alla medica, dall’ingegneristica alla giuridica, dalle scienze agrarie alle biotecnologie. Siamo un Ateneo generalista, e questa è una grande forza: la diversità dei saperi è ciò che ci permette di innovare”.

Perché dice che l’Università deve diventare un luogo che promuove la pace?

“Perché la pace non è un concetto astratto. Pace significa relazione, ascolto, capacità di gestire i conflitti, volontà di costruire dialogo. E dove, se non nell’università, possiamo coltivare tutto questo? La nostra storia, la nostra collocazione geografica, la nostra tradizione culturale ci spingono a essere protagonisti nella costruzione di una società più giusta, più umana, più aperta. Promuovere la pace significa promuovere responsabilità, formazione, solidarietà. È un compito che sento profondamente”.

Quanto è importante proporre Open Day a studenti sempre più giovani?

“È fondamentale, perché l’orientamento non è solo informazione: è accompagnamento. Ragazzi e famiglie devono poter conoscere da vicino l’Università, sentirla loro, capire quali possibilità offre. Oggi gli studenti vivono scelte difficili, spesso precoci. L’Open Day li aiuta a entrare in contatto con un mondo nuovo, a esplorarlo, a immaginare il proprio futuro con maggiore consapevolezza. E per noi è un modo per aprirci alla comunità, per essere trasparenti, per mostrare i nostri valori”.

Un obiettivo concreto che vorrebbe raggiungere durante il suo mandato?

“Se devo sceglierne uno, direi questo: restituire all’Università il senso profondo della sua missione. Vorrei che chiunque venga a Perugia – studente, docente, ricercatore, dipendente – possa sentire che questo è un luogo che si prende cura delle persone. Un luogo dove ci si sente parte di qualcosa di più grande. Se riusciremo a ricostruire questa armonia, questa fiducia reciproca, allora tutto il resto – ricerca, didattica, internazionalizzazione – crescerà naturalmente. Il mio compito è creare le condizioni perché questo possa accadere”.

Redazione
© Riproduzione riservata
19/01/2026 07:44:37


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