Per Grazia Barchi

Fino all’ultimo ci ha regalato la generosità, che t’ha fatto pensare a tutti e mai a te stessa
Con la Grazia abbiamo vissuto i tempi mitici dell’infanzia del Corriere, quando si poteva fare a meno anche dell’Editore, ma non della Signora dei Dimafoni.
Per Grazia Barchi
Con Luana t’aspettiamo ancora a cena, tua sorella Cristina ci disse che non puoi più venire. L’avevi nel destino questa terra d’Arezzo, anche se una come te non ha una terra sua, né una casa, né orari. Come quando eravamo al Corriere, la notte era il giorno ed eri la Signora dei Dimafoni. L’hai conquistata come lei t’ha conquistato, mai fino in fondo. C’è una parte di noi che ci appartiene e non dividiamo con nessuno, che non sta nel corpo. Di essa ora è sei fatta ed è fatta la nostra stessa speranza. Alla fine sei tornata a Milano, per risparmiarci l’eterna commedia degli addii, ma non è stata la ripresa d’un film, l’atto d’una piece come ci hai fatto credere. Ora m’immagino che te la rida di noi, dalla piccionaia, a guardare il teatro dell’assurdo. Fino all’ultimo ci ha regalato la generosità, che t’ha fatto pensare a tutti e mai a te stessa. Non ci credo ancora dopo tanti anni, perché non so se sono dentro o fuori lo spettacolo e perché una come te non può morire. Lessi la notizia sul tuo, sul nostro giornale, ma non mi sono ancora convinto. Tu e io sappiamo bene quante stronzate ci raccontano, perché mille volte l’abbiamo scritte e titolate. I tuoi viaggi all’altro capo del mondo, Ponte Caliano e le isole sperdute nel Pacifico, i tuoi fittavoli e i tuoi generali, il mondo e la provincia, i tuoi sogni e la realtà, Milano e Arezzo sono la trama d’un romanzo mai scritto. Hai sempre scelto compagni improbabili, come te. L’umiltà era il segno della tua viva intelligenza, il coraggio con cui hai affrontato la vita e il tuo male, vale più di quello d’Achille piè veloce. Tu non avevi una dea al tuo fianco, nè un fato benigno. Vorrei che un Dio t’imitasse quando resuscitavi le edizioni del “Corriere”, che ormai sui cieli d’Arezzo spuntava Venere, avara con te delle sue grazie. Un giorno ci rivedremo con la Luana a cena, o da qualche parte dell’Universo. Un abbraccio grande era il tuo cuore, ampio più del fondo schiena, per irridere alla fortuna tua nemica, amica mia, che sento vicina come quella parte di noi che non sta nel corpo, di cui sei fatta di cui è fatta la nostra stessa speranza.
Giorgio Ciofini
Giorgio Ciofini è un giornalista laureato in lettere e filosofia, ha collaborato con Teletruria, la Nazione e il Corriere di Arezzo, è stato direttore della Biblioteca e del Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona e della Biblioteca Città di Arezzo. E' stato direttore responsabile di varie riviste con carattere culturale, politico e sportivo. Ha pubblicato il Can da l'Agli, il Can di Betto e il Can de’ Svizzeri, in collaborazione con Vittorio Beoni, la Nostra Giostra e il Palio dell'Assunto.
Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.

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