Sono uno de’la Toscana del Sud

L’Arno ci spacca ‘n due come una volta ‘l Po
Con la Regione Arezzo è praticamente come Cenerentola e, fino a quando il Rossi non ci infilerà la scarpetta al ballo di mezzanotte nel suo castello di Novoli, sarà sempre così.
Sono uno de’la Toscana del Sud
Ora ciànno messo l’addizionali irpef al posto de’la tassa sul macinato, ma da quando han fatto le Regioni è sempre la solita musica. Anche dimolto prima che ‘nventassero l’articolo quinto, chi ha i guadrini ha vinto. C’era ancora ‘l Granduca, andava uguale. A loro i soldi, a noi le tasse, a loro i pitti a noi gli spiccioli, a loro i rimborsi e noi i tagli, a loro Renzi a noi ‘l Beppe, a loro Della Valle a noi ‘l Mancini. L’Arno ci spacca ‘n due come una volta ‘l Po: di qua i terroni, di là i verdoni. La questione meridionale ha risalito la Penisola e s’è fermata qui, come Cristo a Eboli. Siamo ridotti che l’unico bagno ch’oramai ci si pol permettere, noi de’la Toscana del Sud, è quello di casa anche per via della Due Mari. Avete visto quant’è bucherellata? Per un bagno nel Tirreno, oramai, ci tocca portasse dietro almeno quattro rote di scorta, o ‘l salgemma. Quelli del nord? Son pieni di buchi più de’la Due Mari e vanno a Viareggio e al Forte a far’i bagni d’euro e di sole. Vi par giusta? E ciànno mandato anche ‘l Gelli di riporto! Ma perché Licio unn’se’armasto ne’la tu’ Pistoglia? Eri annergico a’la farina del mulino del tu’babbo? O scendesti a’Rezzo per que’l’aria che, come scrisse Michelangelo al Vasari, ispira ‘l genio a prescindere? Io lo so, ma vi lascio a bagnomaria fin’a quando unn’ siete zuppi per binino e ve lo dico, se n’ho voglia. Sono uno della Toscana del sud, ‘n po’ grezzo e dimolto gnorante, ma buco no. Sapete che una volta, a’Rezzo, li chiamavon fiorentini? Non c’era neanche bisogno d’aggiungere una sillaba, bastava la parola com’il confetto Falqui. L’unica cosa ch’abbiamo ‘n comune con que’li del nord son’i campanili, perché in Toscana ogni paese, ogni casa è fatta a modo suo. Siamo l’uomo di Vitruvio, libero però d’uscire dal cerchio ‘n do’ è iscritto, quando gli pare e piace. In ogni toscano l’individuo e l’universale coincidono. Anche la filosofia si può mettere il cuore ‘n santa pace. Siamo l’opposto esatto dei cinesi, che sono fatti co’lo stampino. Forgiati dalla storia con le su’stesse mani, oramai facciamo parte della storia in saecula saeculorum amen. Siamo come que’codici che i monaci copiavano drent’a’conventi. E anche miniati. Il nostro orgoglio non è per niente esagerato, vist’i padri: Guido Monaco, Leonardo, Galileo, Michelangelo, Piero della Francesca, Dante, Boccaccio, Petrarca, Giotto, Machiavelli, Brunelleschi e chi più ne ha, più ne metta. Ultimamente, è vero, ci siamo ‘n po’ fregati con Letta e Renzi, che comunque sono de’la Toscana del nord, ma restiamo figli del genio dell’umanità. Come si fa a non sentisse unici? E ‘l Benigni che, da’la Misericordia s’è trasferito a Prato a toscanizzare i cinesi, ‘n do’ si mette? Se riuscirà ne’l’impresa sarà più grande anche de’lo stesso Alighieri, ‘l su’poeta preferito. Per questo gliànno dato l’Oscar e la Scichilone l’ha preso a buggiulucco co’la statuetta e tutto. Antidivi per natura e annergici alle cerimonie, siamo disposti al massimo a presenziare al nostro funerale. Ma nella cassa ci girano a elica. Siamo fatti così, prendere o lasciare. Dal Boccaccio ‘n qua s’usa la verga con le signore e la lingua per bastonare tutte l’etichette e i salotti ch’odorano di popò Chanel. Uno come monsignor della Casa non poteva mai nascere ‘n Toscana. L’unico stilista ch’ha qualche affinità con questa terra è ‘n Dolce e Gabbana aspro com’un limone acerbo. Per un toscano verace ‘l bon ton è esiziale come la cintura di castità per Agrippina. Quelle poche volte che s’è ‘ntrodotti, a viva forza nei salotti, si fa lo stesso effetto d’un cucchiaino di sale ‘n una tazzina di caffè bollente. Duri di capo e d’orecchie siamo sempre tre toni sopra ‘l normale. Saranno stati gli scapaccioni che s’è preso da bighini, per tutte le bischerate che s’è fatto, a lesionacce i timpani? Di sicuro s’ha ‘n rapporto contro natura con la C, che non per niente è la terza lettera de’l’alfabeto e la prima di culo. C’è chi l’aspira, chi la struscia, chi la sbatte, chi la tromba, chi la da e chi lo prende perché è della Toscana del nord. Siamo eterogenei e unici com’ogni borgo di questa terra, ma ciascuno si sente ‘l rappresentante della toscanità più pura, ‘n universale iscritto nel cerchio di Vitruvio, con le su’ mani. La modestia non è ‘l nostro forte. Anch’un somaro si sente un genio se nasce qui, ma non è colpa nostra, è colpa della Storia. No?
Giorgio Ciofini
Giorgio Ciofini è un giornalista laureato in lettere e filosofia, ha collaborato con Teletruria, la Nazione e il Corriere di Arezzo, è stato direttore della Biblioteca e del Museo dell'Accademia Etrusca di Cortona e della Biblioteca Città di Arezzo. E' stato direttore responsabile di varie riviste con carattere culturale, politico e sportivo. Ha pubblicato il Can da l'Agli, il Can di Betto e il Can de’ Svizzeri, in collaborazione con Vittorio Beoni, la Nostra Giostra e il Palio dell'Assunto.
Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono in nessun modo la testata per cui collabora.

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