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Un pievano a New York per insegnare marketing alla Columbia University

La storia del 33enne Dante Donati
Già, un pievano a New York. Se di primo acchito potrebbe sembrare il titolo di un film, è invece pura realtà oltretutto già da qualche anno. Il personaggio in questione, che di fatto si rispecchia appieno nella filosofia della rubrica, è Dante Donati: 33enne originario di Pieve Santo Stefano che nel gennaio del 2022 ha ricevuto la chiamata della Columbia University; senza dubbio fra le più prestigiose università a livello mondiale. È insegnante nei corsi di marketing, all’interno della sezione ‘business’ dell’ateneo americano. Di pari passo, però, continua a fare ricerca sull’informazione, su come l’informazione svolga un ruolo essenziale sul consumatore e sulle imprese, oppure come l’informazione sta e abbia influenzato sulle scelte politiche sia degli elettori che dei governanti. Dante Donati si è diplomato al Liceo Città di Piero di Sansepolcro, per poi spostarsi a Milano all’Università Bocconi: nel 2016, invece, ha intrapreso l’esperienza di dottorato all’università Pompeu Fabra di Barcellona con la tesi discussa poco prima di partire per la Grande Mela. In America oggi vive con la moglie Claudia e i due figli, Edoardo e Vittorio: una vita nuova, un altro “cervello in fuga” dall’Italia ma che non dimentica affatto la Valtiberina Toscana tornando ogni volta che si presenta un’occasione utile.
Da Pieve Santo Stefano alla Columbia University di New York: come è avvenuto questo passaggio?
“La mia formazione è iniziata a Pieve Santo Stefano e Sansepolcro, dove attraverso insegnanti eccezionali alle scuole elementari, medie e superiori ho assorbito la passione per la curiosità e l’importanza del rigore e della determinazione nello studio per poter ottenere risultati significativi. Dopo aver studiato economia alla Bocconi e maturato esperienze di lavoro e studio in contesti internazionali come in Nigeria, Thailandia e Stati Uniti, ho intrapreso il dottorato in economia a Barcellona presso la Pompeu Fabra. Ho compreso il valore di un ambiente accademico dinamico e ben finanziato. Quando la Columbia Business School mi ha offerto la possibilità di insegnare in un ambiante prestigioso e internazionale, la scelta è stata naturale”.
Cosa significa essere un ‘Assistant Professor’?
“La posizione di Assistant Professor è il primo gradino nella carriera accademica a tempo pieno negli Stati Uniti e in molte altre università di livello internazionale. Si tratta di un ruolo tenure-track, il quale significa che, dopo un periodo di valutazione che dura generalmente dai 5 ai 7 anni, il docente può essere promosso a Associate Professor con tenure (ossia con una posizione permanente). Gli Assistant Professors si occupano sia di insegnamento che di ricerca e sono valutati sulla base della qualità e quantità delle loro pubblicazioni scientifiche, delle loro capacità didattiche e del contributo al dipartimento e alla comunità accademica. Personalmente, questo ruolo mi garantisce la libertà di esplorare tematiche all’avanguardia, sperimentare metodologie interdisciplinari e contribuire a progetti accademici di rilievo, sfruttando al meglio le risorse offerte da un istituto prestigioso come la Columbia”.
Di cosa ti occupi quotidianamente?
“Quotidianamente, mi occupo di insegnamento e di ricerca, ma il tempo dedicato a ciascuna attività varia in base al periodo dell’anno. Nei mesi di insegnamento (insegno un corso a livello Master in Digital Marketing), al mattino tengo lezioni, mentre nel pomeriggio mi dedico alla preparazione dei contenuti e alla valutazione degli studenti. Nei mesi in cui non insegno, e questi sono la maggior parte dato che la Columbia è un’istituzione che dà molta importanza alla ricerca, mi occupo principalmente di sviluppare progetti di ricerca. Questi tendenzialmente riguardano tematiche inerenti canali di informazione e comunicazione digitali (come social media e piattaforme) e di come questi influenzino le scelte di consumatori e imprese. Collaboro con istituzioni internazionali e imprese per analizzare l’impatto delle campagne pubblicitarie commerciali e di quelle che promuovono messaggi educativi per lo sviluppo e la salute pubblica. Queste attività mi permettono di coniugare rigore quantitativo e dati con tematiche di alto impatto sociale”.
Quali sono le principali differenze tra il mondo della scuola italiano e quello americano?
“Qui mi sento principalmente di parlare delle differenze del sistema universitario. Il sistema educativo italiano, pur essendo molto professionale, pubblico ed accessibile a molti, risulta spesso rigido e meno orientato all’innovazione. Negli Stati Uniti, invece, l’approccio sembra essere generalmente più dinamico e meno formale, supportato da maggiori risorse finanziarie che incentivano la ricerca, la creatività e consentono la possibilità di sbagliare. L’ambiente accademico favorisce una mentalità basata sul ‘trial and error’, ovvero sulla sperimentazione: provare, sbagliare, fallire e ricominciare. Eliminando l’idea che l’errore sia un fallimento irrimediabile, si offre a studenti e ricercatori l’opportunità di esprimere pienamente il proprio potenziale, sperimentare metodologie innovative e intraprendere progetti ambiziosi. Credo che poi questa mentalità si proietti pure nel campo dell’impresa, e garantisca un mercato dinamico e orientato alla crescita”.
A New York, però, non sei andato solo bensì si è trasferita con te l’intera famiglia: come avete affrontato questo cambiamento?
“Trasferirsi a New York con tutta la famiglia è stata una scelta ponderata e avventurosa. Abbiamo affrontato il cambiamento con entusiasmo, inizialmente pianificando ogni dettaglio: dalla ricerca di una casa vicino al campus alla scelta delle scuole per i nostri figli, beneficiando del supporto offerto dalla Columbia University. Il percorso è stato reso più sereno grazie al reciproco sostegno e all’aiuto dei genitori, trasformando la sfida del trasferimento in un’opportunità di crescita e di scoperta condivisa. Ad oggi ci siamo ambientati e ci sentiamo a casa pure qua (siamo ormai qui da quasi 3 anni), e da poco abbiamo ottenuto la residenza permanente - la green card - che ci garantisce maggiore stabilità”.
Ci sveli una giornata tipo di Dante Donati?
“Ci svegliamo verso le 6.30 per preparare i bambini ad andare a scuola. Edoardo, che ha 6 anni e va in prima elementare in una scuola pubblica, utilizza l’autobus “giallo”, quelli che si vedono spesso nei film. Vittorio che invece ha 2 anni e mezzo va in un asilo privato, poiché il sistema pubblico inizia dai 3-4 anni. Dopo che entrambi sono a scuola, attorno alle 8.30, si parte per il lavoro. La giornata varia in base al periodo dell’anno, ovvero se devo insegnare o no. Generalmente, la maggior parte delle ore è dedicata alla ricerca. Questo significa: telefonate o incontri con co-autori, assistenti e studenti di dottorato, lo stare seduti al computer a leggere e studiare ricerche di altri, analizzare dati e presentare i risultati, e la stesura di nuovi articoli di ricerca. Ho la fortuna di avere un gruppo di colleghi (circa una ventina) che come me vanno in ufficio tutti i giorni a svolgere la loro attività di ricerca. Questo favorisce incontri di persona, come pranzi in gruppo, che servono a scambiarsi idee e opinioni sui progetti di ricerca. La giornata di lavoro termina alle 18 circa, quando andiamo a prendere i bambini a scuola. La serata è tendenzialmente riservata alla famiglia, con momenti di relax, gioco e una cena condivisa”.
Vogliamo la verità: quanto ti manca l’Italia?
“Ci sono momenti in cui la nostalgia prevale e l’Italia (e pure la Spagna, dove ho vissuto per circa 6 anni), mi mancano molto. Altri in cui non ne sento affatto la mancanza. Quando mi manca, il motivo credo sia principalmente legato allo ‘stile di vita’ europeo, più pacato e attento al bilanciamento vita-lavoro. Certamente, anche gli affetti - famiglia e amici - influenzano molto questa nostalgia. Siamo fortunati perché abbiamo la possibilità di viaggiare molto, sia qui negli USA, dove cerchiamo sempre di visitare posti nuovi, che in altre parti del mondo. In estate, abbiamo il privilegio di poter trascorrere circa due mesi in Italia e vedere amici e famiglia, di poter far vivere quei momenti ai bambini, che migliorano il loro italiano e spendono tempo con i nonni e i loro amici”.
Perché in Italia stiamo sempre più assistendo ad una fuga di cervelli?
“La fuga di cervelli in Italia è un fenomeno legato a opportunità economiche limitate, salari bassi, fondi di ricerca insufficienti e una burocrazia complessa. I talenti, in cerca di ambienti più dinamici e finanziariamente sostenuti, trovano all’estero condizioni migliori per esprimere il loro potenziale. Questo spostamento evidenzia l’urgenza di riforme strutturali che incentivino l’innovazione, rendendo il nostro paese un terreno più competitivo e attrattivo per le menti più brillanti. È da notare che il problema non riguarda solo l’Italia (che sì, ne è colpita in gran misura), ma l’Europa in generale. Gli Stati Uniti sono stati in grado di attrarre capitali e investirli sapientemente in ricerca e sviluppo, garantendo salari sostenuti alle persone più istruite e possibilità di crescita lavorativa”.
Cosa dovrebbe fare il Governo per invertire questa rotta?
“Per invertire questa tendenza, il Governo (ma come ho detto prima, in generale, i governi in Europa) devono attuare riforme strutturali mirate a semplificare la burocrazia e a potenziare i finanziamenti per la ricerca e l’innovazione. Incentivare collaborazioni pubblico-private, potenziare le università e creare centri d’eccellenza sono azioni imprescindibili. Questo significa pure investire negli istituti tecnici, dove si formano mestieri e conoscenze imprescindibili, e nei licei, migliorando le condizioni di lavoro degli insegnanti, offrendo stipendi e benefici che riflettano il valore della loro professione. I vari Governi e Ministri dovrebbero prendere spunto dal recente rapporto di Mario Draghi su ‘Il futuro della competitività europea’, presentato nel settembre 2024. Draghi sottolinea l'importanza cruciale dell'istruzione superiore e accademica per rafforzare la competitività dell'Unione Europea, evidenziando che l'Europa soffre di una produttività stagnante, attribuibile in parte a una frammentazione normativa che ostacola lo sviluppo delle imprese e alla carenza di investimenti in ricerca e sviluppo. Solo attraverso investimenti mirati e politiche che valorizzino il merito sarà possibile creare un ambiente competitivo in grado di trattenere i talenti e stimolare uno sviluppo economico e sociale sostenibile”.
Immagina di avere davanti a te la sfera di cristallo: come vedi Dante tra dieci anni?
“Guardando al futuro, la speranza è quella di poter ottenere una posizione permanente nell’Accademia. Questo può avvenire qui a New York o altrove, ma molto probabilmente in un ambiente aperto, diverso ed internazionale, che stimoli idee di ricerca originali e favorisca esperienze dinamiche ed interessanti per me e per la mia famiglia”.
Davide Gambacci
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