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Fabrizio Matassi, da promessa dello sport ad affermato ortopedico

“Tornare in Valtiberina rappresenta per me una boccata d’aria fresca"

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Una chiacchierata per conoscere in maniera più approfondita il Dott. Fabrizio Matassi, ortopedico molto stimato ma che é sempre rimasto legato alla sua terra di origine: Sansepolcro. 

  • Da promessa della pallavolo, ad affermato ortopedico: quali sono state le principali tappe della sua carriera professionale?

“L’adolescenza è stata per me un periodo molto felice trascorso nella Valle del Tevere dove ho fatto esperienze, coltivato passioni e amicizie che poi si sono rilevate fondamentali per il mio percorso formativo e umano. Ho conseguito il diploma di ragioniere all’ITC Fra Luca Pacioli di Sansepolcro dove ho appreso un metodo di studio che poi mi è risultato molto utile per il futuro, nonostante avessi abbandonato le materie economiche per dedicarmi alla scienza e alla medicina. Tuttavia non sono stati di certo anni di solo studio, anzi alle superiori avevo tutt’altri interessi ed in particolare quello della pallavolo. Tutte le mie energie e pensieri erano rivolti a diventare un pallavolista di professione. Anche se poi questo traguardo non l’ho mai raggiunto devo dire che la determinazione spesa per questo progetto, poi bruscamente interrotto, è stata poi tramutata in energia per un altro obiettivo che piano piano negli anni si è venuto a delineare. Mi sono iscritto a medicina all’Università di Firenze, conseguendo la laurea e successivamente alla scuola di specializzazione in ortopedia sempre a Firenze. Sono stati anni in cui ho avuto l’opportunità di completare la mia formazione all’estero, all’inizio in Svizzera a Basilea, e successivamente in Belgio nell’Università Cattolica di Lovanio. Dopo la specializzazione ho conseguito il dottorato di ricerca in malattie dell’apparato locomotore svolgendo una parte di ricerca in Belgio e successivamente, grazie ad una borsa di studio, mi sono perfezionato nella chirurgia del ginocchio visitando vari centri europei di chirurgia in Francia, Spagna, Portogallo e Austria. Al termine di questo lungo percorso formativo ho preso ruolo al CESAT di Fucecchio (Centro per Eccellenza Sostituzioni Articolari Toscana) allora fiore all’occhiello della chirurgia protesica in Toscana, dove ho prestato la mia attività per un anno per poi trasferirmi in pianta stabile come dirigente medico al CTO di Firenze Careggi dove tutt’oggi svolgo la mia attività professionale”.

·        C’è poi stato quell’infortunio che di fatto è stato lo spartiacque: in che maniera ha influito nel farle intraprendere il percorso della medicina?

“L’infortunio è stato un passo decisivo per la mia carriera professionale. Tutta la mia adolescenza è stata spesa per un ideale: quello di diventare un giocatore professionista di pallavolo. All’età di 17 anni, però, è accaduto un imprevisto e ho subito un grave infortunio al ginocchio che mi ha costretto ad interrompere l’attività sportiva con grande sacrificio. Questo, però, inconsciamente ha segnato l’inizio della mia carriera professionale e mosso in me un desiderio di conoscenza verso il trattamento dei traumi dello sport del ginocchio che altrimenti non avrei avuto.  Grazie alla mia esperienza da paziente ho capito perfettamente cosa significa per un atleta vedere interrotta la propria attività sportiva, indipendentemente dal livello a cui la si pratichi, e provo empatia per i miei pazienti. I lunghi anni di studio e l’esperienza da me maturata all’estero si sono sempre portati dietro questo episodio della mia adolescenza e il desiderio di offrire agli atleti infortunati il massimo delle possibilità di trattamento per poter riprendere la propria attività sportiva. In questo racconto trovo un’analogia con la storia del mito greco del guaritore ferito di Chirone, dove l’immortale centauro nonostante le sue profonde conoscenze mediche riportò delle ferite che gli causarono sofferenza per lungo periodo da cui non seppe curarsi lui stesso con le sue mani ma continuò con più profonda dedizione a curare i malati e a studiare le malattie. In ogni caso è solo la propria esperienza e sofferenza personale che può dare vita ad un percorso di profonda conoscenza il quale porta a superare i propri limiti e a curare con profonda comprensione”. 

·        Il lavoro l’ha portato ad andare oltre Sansepolcro: come riesce a mantenere i rapporti con la Valtiberina?

“Tornare in Valtiberina rappresenta per me sempre una boccata d’aria fresca. Ogni due settimane circa faccio rientro in vallata. In primis per fare visita ai miei genitori e approfittare per incontrare qualche amico, cosa molto più rara nella realtà fiorentina sia per motivi di tempo che di spazi dovuti alle distanze fisiche. In secondo luogo per seguire i miei pazienti sia a Sansepolcro, il venerdì pomeriggio, che a Città di Castello il sabato mattina dove svolgo la mia attività di visite ambulatoriali. Infine e non per ultimo il fiume Tevere e la pesca con la mosca rappresentano per me un richiamo ancestrale. È un momento di completo relax e simbiosi con la natura dove riesco a riconciliare la mente”.

·        Medico di professione, pescatore per passione: come far conciliare il tutto, senza tralasciare la famiglia?

“È difficile se non impossibile salvare capre e cavoli, specie se si vive una vita piena di impegni e responsabilità. Cercare di conciliare tutto sarebbe un fallimento sempre e comunque, specie se questo origina da un tentativo personale. L’unico modo è fare tutto con estrema passione e sentire tutto unito. Non c’è un momento del lavoro e uno della famiglia, ma credo che tutto sia mescolato. Direi che una cosa completa, l’altra e tutto fa parte di me. Il lavoro è una vocazione, la pesca o gli hobbies necessari per risanare la mente e il tutto unito dalla famiglia, da mia moglie e mia figlia che mi sopportano e supportano senza farmi pesare le mie assenze lavorative e le mie continue idee di crescita professionale”. 

·        Quindi se il ginocchio fa “crac” con la medicina e la tecnologia di oggi… la partita non è persa?

“Questa è una sfida che ho voluto raccogliere molti anni fa…. che l’infortunio non sia la fine della partita! L’infortunio rappresenta un evento frequente soprattutto negli atleti. Tuttavia questo non decreta la fine della loro attività ma anzi può costituire un elemento di crescita professionale e di rivalsa. Molti atleti riprendono la pratica del loro sport dopo infortunio ed intervento chirurgico anche ad alti livelli. Tuttavia il recupero è legato ad alcuni aspetti.

La motivazione e lo stato mentale. La determinazione, l’ottimismo, l’ambizione e la certezza che sta andando tutto per il meglio attraverso un continuo confronto con il medico e il fisioterapista sono fattori importanti per un ottimale recupero. A tal proposito ho introdotto tra i miei collaboratori anche delle figure professionali specializzate negli aspetti psicologici che si occupano della cura degli aspetti mentali e del rendimento atletico.

Gli aspetti chirurgici. La riuscita dell’intervento chirurgico è l’elemento chiave per far sì che la partita non si chiuda. Tuttavia occorre precisare che non esistono traumi paragonabili, ma ogni infortunio è una entità a sé stante. Molto spesso gli atleti fanno il confronto tra di loro, pensano di aver subito lo stesso infortunio e lo stesso intervento quando in realtà esistono molte sfaccettature. Basti pensare alla ricostruzione del legamento crociato anteriore. Non si tratta mai di un “semplice legamento”. Talvolta abbiamo delle lesioni concomitanti del menisco o della cartilagine o addirittura più di un legamento è coinvolto. È necessario in questi casi intervenire su tutte le strutture lesionate riparando il menisco, trattando il problema alla cartilagine e non semplicemente ricostruendo il legamento rotto. Solo così sarà possibile ottenere il miglior risultato funzionale e dare più chance al nostro atleta di riprendere il livello di sport pre-infortunio.

Percorso riabilitativo. Un programma riabilitativo specifico e la ripresa della gestualità atletica è imprescindibile per permettere un ritorno allo sport con successo. Occorre affidarsi anche in questa fase a professionisti esperti ed essere consapevoli di essere partecipi e parte attiva nel percorso di guarigione”.

·        Quanto è importante fare sport fin da subito per prevenire poi traumi o rotture in età adulta?

“Fare sport fin dall’adolescenza è molto importate per lo sviluppo psicomotorio e la coordinazione, anche se non privo di traumi. Non esiste uno sport più adatto in senso assoluto e la scelta non deve ricadere su quegli sport apparentemente meno a rischio di infortuni. In linea generale occorre seguire le inclinazioni dei ragazzi e indirizzarli allo sport che più gli aggrada per favorire il loro sviluppo psicologico, sociale e prendere coscienza delle proprie capacità e potenzialità. Un inizio precoce dello sport favorisce un apprendimento motorio generale in termini di equilibrio, coordinazione e più naturale apprendimento dei gesti atletici riducendo così i rischi di traumi futuri. 

Tuttavia non è mai troppo tardi per iniziare a fare sport. Oggi vi sono numerose attività sportive della ‘seconda età’ come paddle o beach volley molto diffuse in Valtiberina che apparentemente sono alla portata di tutti, anche se in realtà sono degli sport tecnici. Per cui è fondamentale affidarsi ad un bravo allenatore e curare il gesto atletico, fare della preparazione e del potenziamento muscolare piuttosto che farsi trascinare dell’agonismo e dall’adrenalina di una sfida che senza un adeguato allenamento potrebbe però concludersi con un infortunio”.

·        Si ricorda e ci vuole raccontare il primo intervento che ha eseguito e invece quello che è stato il più complesso?

“Nella mia esperienza in Belgio, ancora in specializzazione, avevo visto fare un intervento chirurgico innovativo per il trattamento dell’instabilità di rotula; ovvero la sua fuoriuscita dalla propria sede di scorrimento nel femore. Per l’appunto, appena rientrato, mi capitò di visitare una giovane atleta affetta da questa problematica. Mi confrontai con il mio professore il quale mi chiese di operarla e lui mi avrebbe aiutato. Ricordo studiai l’intervento passo per passo, non dormii per qualche sera. Era una prova di grande fiducia e non volevo smentirmi. Così feci quell’intervento, controllai la ragazza giorno per giorno e alla fine quando vidi che le cose andavano per il verso giusto tirai un sospiro di sollievo. Fu un segno di grande stima da parte del mio professore e un insegnamento di un metodo educativo. Solo se si è coinvolti personalmente, emotivamente e resi partecipi di un progetto e chiamati in azione possiamo dare il nostro meglio ed esprimere le nostre potenzialità. In fondo io ero andato all’estero proprio per poter tornare e portare qualcosa di nuovo e subito mi fu data questa opportunità di entrare in campo e giocarmi la mia nuova partita”.

·        Ha mai pensato di lasciare l’Italia professionalmente per altre mete?

“Ho avuto varie proposte ed opportunità lavorative oltre l’Italia all’inizio della mia carriera. Dopo la specializzazione ho vinto una borsa di studio di un anno per l’Australia, poi una proposta per l’ospedale Sloveno della Valdoltra e anche un’offerta per proseguire la mia collaborazione con il Belgio. Ma rifiutai tutto.  Nonostante fossero tutte proposte molto attraenti ho sempre fermamente sostenuto la mia idea che per poter fare bene il mio lavoro non vi erano delle circostanze necessarie o più favorevoli di altre, non era necessario andare all’estero. Certo le condizioni possono aiutare in certi casi, avere le strutture adeguate e le tecnologie ma per me era molto più stimolante e attraente l’idea di poter portare qualcosa di nuovo in Italia, mettermi in gioco nel posto dove ero chiamato a stare e portare un contributo personale che facesse maggiormente la differenza che in altri posti già all’avanguardia. Ho intravisto che a Firenze c’era questa possibilità e così ho deciso di perseguire questo. Ho iniziato a fare la mia chirurgia, mi è stata data l’opportunità di mettermi in azione e piano piano ho visto che le cose iniziavano a crescere, i numeri dei pazienti aumentavano e questo mi ha dato la forza e le energie per continuare su questa strada senza guardarmi troppo in giro per il mondo”.

·        Quali sono, a livello nazionale, le criticità che la medicina oggi è chiamata ad affrontare?

“La principale criticità è il contenimento della spesa pubblica e la riduzione degli sprechi nella sanità. Da un lato il sistema pubblico dovrebbe ricevere maggiori incentivi e controlli per ottimizzare la propria produttività e gestire meglio le proprie risorse. Credo che sarebbe opportuno istituire dei monitoraggi di rendimento e valutazione della qualità delle prestazioni ed incentivare i professionisti. Dall’altro lato il sistema privato convenzionato molto più efficiente ma che dovrebbe essere meglio regolamentato. Il principale vizio di questo sistema è legato al rimborso delle prestazioni, ovvero il pagamento da parte delle Regioni con sistema di rimborso secondo i famosi “DRG” che sono dei punteggi attribuiti ad ogni prestazione secondo cui lo Stato o le Regioni rimborsano la struttura erogante la prestazione. Va da sé che più prestazioni vengono eseguite e più rimborsi vengono ottenuti: questo è un vizio che porta ad un grave costo per la sanità nazionale a discapito molto spesso della qualità delle prestazioni. Il secondo aspetto critico è la completa ‘de personalizzazione’ della medicina moderna nella sanità pubblica. Le nostre istituzioni spesso investono sulle strutture, sulle tecnologie, sui macchinari senza comprendere fino in fondo che il valore aggiunto della sanità è rappresentato dalle persone che ci lavorano. Possiamo disporre delle tecniche più all’avanguardia nel mondo, ma se manca il capitale umano la medicina è un fallimento e fino a che non sarà chiaro questo non ci sarà progresso. Un maggior investimento dovrebbe essere rivolto ad incentivare e responsabilizzare le figure professionali, medici, infermieri, fisioterapisti che lavorano negli ospedali e messi in condizione di esprimere le loro capacità professionali e gratificati in base ai loro meriti e il loro rendimento. Il terzo aspetto, legato un po’ ai fattori precedenti, è l’attrattività per i giovani. Spesso non riusciamo a trattenere i giovani in gamba che preferiscono trasferirsi all’estero oppure intraprendere la strada del privato convenzionato che offre maggiori garanzie economiche”.

·        C’è un sogno nel cassetto del dottor Fabrizio Matassi che spera possa avverarsi quanto prima?

“Nel mio cassetto ci sono vari sogni, l’ambizione è sempre stato un lato del mio temperamento che mi porta a ricercare nuovi obiettivi e traguardi. Dovendone citare uno tra quelli lavorativi direi creare un reparto dedicato al trattamento dei giovani sportivi infortunati. Realizzare una struttura che possa seguire gli sportivi a 360 gradi a partire dagli aspetti psicologici, preventivi oltre che quelli chirurgici e riabilitativi. Sarebbe bello creare un mio gruppo di lavoro e poter crescere dei giovani a cui trasmettere le mie competenze e la mia ‘filosofia’ nel trattamento dei pazienti. Credo che possa essere una grande soddisfazione e che una struttura organizzata specificamente con questo scopo possa essere di attrazione sul nostro scenario nazionale”.

Davide Gambacci

Redazione
© Riproduzione riservata
07/05/2024 11:53:28


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