Ambiente Animali

I canguri australiani massacrati per la pelle

Sono 14 le industrie italiane responsabili

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Il canguro è indubbiamente l’animale simbolo dell’Australia. Nonostante questo, per allevatori e agricoltori locali, è semplicemente un animale nocivo, una “bestia sgradita” da abbattere e sfruttare. Pelli e carne, infatti, hanno un valore commerciale importante. Queste materie sono molto richieste ma, denuncia la Lav attraverso un film della durata di 1 ora e 43 minuti, nessuno sembra rispettare il severo codice di condotta nazionale per l'uccisione compassionevole. Capita infatti, e non di raro, che le mamme canguro e i loro cuccioli vengano abbattuti senza pietà. E il documentario, intitolato “Kangaroo: A Love-Hate Story" (letteralmente “Storia di odio-amore”), non manca di mostrare anche le scene più cruente. Il lavoro, realizzato dai coniugi cineasti-animalisti Kate e Michael McIntire, ha creato scalpore tra gli animalisti di tutto il mondo. Le sofferenze cui sono costretti questi animali, infatti, sono indicibili, e l’Italia ha una grossa responsabilità per quanto sta accadendo.

“Quello dell’Italia, primo Paese importatore di pelli di canguro in Europa, è un primato di cui andare poco fieri - dichiara Simone Pavesi responsabile LAV Moda Animal Free - nessuna pelle o pelliccia, infatti, può definirsi ‘sostenibile’, ma questa filiera in particolare, presenta sofferenze inaccettabili per gli animali cacciati: una strage che provoca morti lente e dolorose, con un numero impressionante di vittime ‘collaterali’, cuccioli dipendenti dalle madri, deambulanti o ancora nel marsupio, animali feriti, o fuggiti in preda al panico, tutti condannati a lenta agonia”.

Chi sono i colossi che si sporcano le mani con il sangue dei canguri? La Lav mostra la lista. I primi colpevole sono i brand dell’alta moda e dell’abbigliamento sportivo, le società produttrici di calzature da calcio e anche di tute motociclistiche. Tra queste figurano Diadora, Pantofola d’Oro, Lotto, Dainese, Ducati, Gimoto, Alpinestars e Vircos. Nella lista ci sono poi Versace, Salvatore Ferrafamo, Prada, Moreschi, Moma e Fabi. L’associazione animalista ha contattato alcune di queste aziende, scoprendo che nessuna è consapevole delle criticità della filiera: dalle violente uccisioni di cuccioli e adulti, al volume delle uccisioni che stanno minacciando la sopravvivenza di intere specie.

La “LAV ha già avviato mesi fa un confronto con le aziende coinvolte, alcune si sono dimostrate disponibili al dialogo come Ducati, Diadora e Prada, altre non hanno mai dato alcuna risposta, come Lotto, Pantofola d’Oro, Dainese, Alpinestar, Vircos, Versace, Ferragamo, Fabi, Moma, o addirittura respinto la richiesta di incontro con Lav come Gimoto e Moreschi - evidenzia Pavesi -. Da nessuna, comunque, abbiamo ricevuto comunicazione di impegni concreti per la dismissione di queste produzioni. Nel corso degli incontri avuti abbiamo potuto appurare che, generalmente, i responsabili delle produzioni non sono al corrente del modo in cui gli animali vengono uccisi. Molti di loro sono rimasti scioccati dalle immagini di caccia che gli abbiamo mostrato, in altri casi, le aziende si trincerano dietro le certificazioni, o le garanzie date dal Paese di provenienza".

Ma sappiamo bene che la realtà è un’altra, aggiunge Pavesi. "Generalmente le aziende si limitano a verificare che l’approvvigionamento sia legittimo e rispettoso delle norme vigenti. Ma non indagano (o non vogliono indagare) se le norme che regolamentano le uccisioni sono applicate e se sono sufficienti ad assicurare adeguati livelli di tutela per gli animali, quali conseguenze possono avere le uccisioni di questi animali sull’intera specie, e così via. Abbiamo ampiamente dimostrato che la legge australiana non riesce ad assicurare un reale controllo sulle modalità di uccisione, e i sistemi di certificazione, come rivelato in passate inchieste, spesso presentano grosse mancanze e incongruenze”.

Notizia e Foto tratte da Tiscali.it
© Riproduzione riservata
14/10/2019 17:38:08


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