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Arezzo cambia volto: negli ultimi dieci anni calano i bar, ma crescono ristoranti

Marinoni: servono politiche per tutelare le imprese che investono in qualità, lavoro e servizio

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Meno bar, più ristoranti e attività di asporto. È la fotografia che emerge per Arezzo dall'indagine “Pubblici esercizi e movida. La demografia d'impresa nei centri storici”, realizzata da FIPE-Confcommercio insieme al Centro Studi Guglielmo Tagliacarne e rielaborata a livello regionale da Confcommercio Toscana.

Nel periodo 2015-2025 il capoluogo aretino ha registrato un saldo negativo di 4 unità nel comparto, ma con forti differenze a seconda dei settori. La ristorazione con somministrazione ha visto una crescita del 17,9%, passando da 192 a oltre 226 attività (+34). Ancora più marcato, almeno in termini percentuali, l'aumento delle attività di take away, cresciute del 32,7% (dalle 49 del 2015 alle 65 del 2025), mentre gelaterie e pasticcerie rimangono sostanzialmente stabili.

È andata male invece per i bar, che in dieci anni sono diminuiti di oltre il 24%, passando da 222 a 168 attività (-54). Una dinamica in linea con la tendenza nazionale che vede il progressivo ridimensionamento di una tipologia di impresa storicamente centrale per la vita sociale ed economica delle città.

Anche ad Arezzo assistiamo a una trasformazione profonda dei consumi e dell'offerta commerciale”, commenta il direttore generale di Confcommercio Toscana Franco Marinoni. “Da una parte cresce la ristorazione, che continua ad attrarre investimenti anche grazie alla crescita del turismo; dall'altra diminuiscono i bar tradizionali, schiacciati dall'aumento dei costi di gestione, dagli affitti, dalla pressione fiscale e da margini sempre più ridotti”.

Secondo Confcommercio, il cambiamento non è solo economico ma anche urbano. La crescita delle attività senza servizio al tavolo, che richiedono spazi più contenuti e meno personale, modifica infatti gli equilibri dei centri cittadini. In alcune aree, la concentrazione di formule orientate al consumo rapido può contribuire ad accentuare criticità legate al decoro urbano, alla gestione dei rifiuti, al rumore e ai fenomeni di malamovida.

“Per questo – conclude Marinoni – non bastano ordinanze o interventi emergenziali. Occorre una visione di lungo periodo che accompagni lo sviluppo della città, valorizzando le imprese che investono in occupazione, professionalità, accoglienza e qualità del servizio. I pubblici esercizi sono una risorsa economica, ma anche un presidio di socialità e vivibilità per il territorio”.

In Toscana il settore dei pubblici esercizi conta in totale oltre 20mila attività e circa 74mila occupati. I dati dell'indagine FIPE-Tagliacarne, che riguarda solo le città capoluogo di provincia, mostrano la progressiva trasformazione del comparto: nel decennio 2015-2025 i capoluoghi toscani hanno visto ridursi sensibilmente il numero dei locali, con Pisa che registra il secondo peggior saldo nazionale dopo Trieste (-114 attività). In controtendenza Prato, che cresce dell'8,5% con 67 attività in più e si piazza tra le prime venti città italiane dove i pubblici esercizi continuano a registrare numeri positivi.

Scarica l’indagine di Fipe-Confcommercio: https://www.fipe.it/wp-content/uploads/2026/06/pubblici-esrcizi-e-movida.pptx_.pdf

Scarica i dati relativi ai capoluoghi di provincia della Toscana: https://docs.google.com/spreadsheets/d/1Myu3YUVpCW9g009kHY8jm7OU3doPymEt/edit?usp=drive_link&ouid=116293830691155928522&rtpof=true&sd=true

Redazione
© Riproduzione riservata
29/06/2026 11:33:12


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