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Una ricerca dell'Ingv ci fa capire le faglie sismiche: in Valtiberina esiste l'Atf

Analizzate le strutture del sottosuolo per identificare le faglie silenti dell'Appennino centrale

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Un nuovo approfondimento dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) sulle cosiddette “faglie silenti”, diffuso in questi giorni ci fa capire che una faglia che genera terremoti può restare in silenzio per secoli, ma non per questo, però, smette necessariamente di essere attiva: strutture geologiche attive, potenzialmente capaci di generare forti terremoti, ma alle quali non è stato possibile associare grandi eventi conosciuti nella storia recente. Un lavoro che ha consentito di identificare alcune delle principali faglie silenti dell'Appennino centrale e, insieme alle ricerche condotte negli ultimi anni, di perfezionare la geografia delle faglie dell'Umbria. 

L'Umbria e la lezione del 2016

Per l'Umbria, però, il tema è tutt'altro che lontano. Il recente approfondimento dell'Ingv non individua nuove “faglie silenti” nella nostra regione e non consegna una mappa di strutture nascoste pronte ad attivarsi. Offre però una chiave di lettura: per valutare il potenziale di una faglia non basta guardare alle scosse degli ultimi decenni o ai terremoti tramandati dalle cronache.
Ed è esattamente ciò che il Monte Vettore ha dimostrato. Una parte importante di quel sistema interessa direttamente la Valnerina. Prima del 2016 i geologi ne conoscevano già geometria, estensione e potenziale sismogenetico. Le indagini paleosismologiche avevano inoltre individuato tracce di attivazioni precedenti all'ultimo millennio. Norcia è quindi il punto umbro nel quale il tema delle faglie silenti trova il collegamento più immediato. Ma la storia sismica della Valnerina è molto più antica. Il Catalogo parametrico dei terremoti italiani dell'Ingv attribuisce al terremoto del 14 gennaio 1703 una magnitudo momento di 6,92 e un'intensità epicentrale dell'XI grado. Strutture ed eventi diversi, che non possono essere sovrapposti, ma che raccontano quanto sia complesso il sistema di faglie dell'Appennino centrale.

Colfiorito, il laboratorio del 1997

Poco più a nord c'è Colfiorito. Qui il termine “silente” non può essere utilizzato: nel 1997 le faglie furono osservate praticamente in azione. La sequenza umbro-marchigiana interessò progressivamente un sistema esteso per alcune decine di chilometri. I due terremoti principali del 26 settembre, di magnitudo momento 5,7 e 6,0, coinvolsero strutture diverse e nei giorni successivi l'attività proseguì verso Sellano e Preci. Fu uno dei grandi laboratori naturali della sismologia italiana moderna
Reti sismiche, satelliti e osservazioni sul terreno permisero di ricostruire con grande dettaglio il comportamento delle faglie coinvolte. Colfiorito rappresenta quasi il caso opposto rispetto a una faglia silente: un sistema che la scienza ha potuto osservare mentre si rompeva.

Valtiberina sotto osservazione

Altra area particolarmente studiata é l'Alta Valtiberina. Qui Ingv ha realizzato dal 2010 l'osservatorio geofisico permanente Taboo, dedicato alla Faglia Alto Tiberina (in sigla nota come Atf) e alle strutture che la accompagnano. La Atf è una grande faglia normale a basso angolo che si immerge verso est con un'inclinazione di circa 15-20 gradi. Una geometria particolare, tanto che il suo comportamento e il suo possibile ruolo nella generazione dei terremoti sono da anni al centro della ricerca. E la storia della Valtiberina è tutt'altro che avara di forti scosse. Il catalogo Ingv registra il terremoto del 25 dicembre 1352, con magnitudo stimata 6,31 e intensità epicentrale IX; quello del 30 settembre 1789, magnitudo 5,89 e intensità IX, conosciuto come terremoto di Città di Castello; e quello del 26 aprile 1917 nell'area Monterchi-Citerna, con magnitudo 5,99 e intensità IX-X. Tre eventi separati da secoli che non possono essere attribuiti automaticamente alla stessa faglia, ma che danno la misura dell'importanza dell'Alta Valle del Tevere nella storia sismica regionale. Più vicino a noi c'è il 9 marzo 2023, quando la zona di Umbertide fu interessata nell'arco di poche ore da terremoti di magnitudo 4,3, 4,5 e 3,8. L'Ingv spiegò che la sequenza si era sviluppata all'interno del sistema di faglie dell'Alta Valle del Tevere, probabilmente non direttamente sul piano principale della Faglia Alto Tiberina, ma su strutture antitetiche oppure su una sua diramazione. Un dettaglio che aiuta a capire perché parlare semplicemente di “una faglia” sia spesso una semplificazione. Sotto i nostri piedi esistono sistemi composti da strutture principali, segmenti e ramificazioni.

Spoletino, una sismicità diversa dai Sibillini

Anche l'area di Spoleto e dello Spoletino presenta elementi di interesse. Il 2 gennaio 2017 un terremoto di magnitudo 4,1 ebbe epicentro tra Campello sul Clitunno, Castel Ritaldi, Spoleto e Trevi. L'Ingv precisò allora che quella scossa si era verificata su una struttura diversa da quelle della sequenza Amatrice-Visso-Norcia, circa 30 chilometri più a ovest. Nella stessa zona i cataloghi ricordano inoltre terremoti nel 1767 e nel 1878, entrambi con magnitudo stimata attorno a 5,4. Non esistono elementi per parlare di una nuova “faglia silente” spoletina. Esiste però una sismicità locale collegata a strutture diverse da quelle dei Sibillini.

Foligno e il terremoto del 1832

E poi c'è la Valle Umbra. Qui il riferimento porta inevitabilmente a Foligno e al 13 gennaio 1832. Il Catalogo parametrico dei terremoti italiani dell'Ingv assegna a quell'evento una magnitudo momento di 6,43 e un'intensità epicentrale del X grado. A Budino e Cannara gli effetti raggiunsero il X grado, mentre diverse località del territorio folignate registrarono danni molto pesanti. Meno di due secoli fa, dunque, la Valle Umbra fu investita da un terremoto di energia superiore a magnitudo 6. Ed è proprio Foligno che permette di capire fino in fondo il senso della ricerca sulle faglie silenti. Non perché si possa affermare che sotto la città esista oggi una faglia “silente” equivalente a quella del Monte Vettore. Gli studi non autorizzano una conclusione del genere. Il punto è un altro. Nel caso del Vettore la struttura responsabile del terremoto del 2016 era stata riconosciuta e studiata molto prima della sua rottura, nonostante mancasse un grande evento attribuibile con certezza alla faglia nella storia degli ultimi secoli. Per il terremoto della Valle Umbra del 1832 avviene quasi il contrario: conosciamo l'evento e i suoi effetti, mentre l'identificazione della sorgente sismogenetica è molto meno definita. A Foligno quella storia conserva ancora una data e una domanda: 13 gennaio 1832, magnitudo 6,43. Quale struttura produsse quel terremoto? Per ora il mistero resta. E un altro interrogativo, molto più recente, si è aggiunto nella notte del 4 marzo 2025. Alle 1.55 una scossa di magnitudo 3.5 ebbe epicentro proprio nel territorio urbano di Foligno, ad appena 10 chilometri di profondità. La localizzazione dell'Ingv indicò un punto tra via Brunesca e via Monte Prefoglio Primo, tra Ponte San Magno e Corvia, a soli 2 chilometri a sud-ovest del centro storico. Fu una scossa isolata, senza repliche significative nelle ore immediatamente successive e senza danni. Ma con un epicentro insolitamente vicino al cuore della città. E né memoria d'uomo, né la storia ricorda terremoti con epicentri in città.

Notizia tratta dal corrieredellumbria.it
© Riproduzione riservata
23/09/2026 07:05:28


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