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Il vincitore del Premio Pieve Saverio Tutino 2026 è NEDAL CINI AL ZYOD

Un’annata straordinaria dal punto di vista della qualità e della varietà delle storie finaliste

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Nato nel 1966 ad Amman, in Giordania, in una famiglia di origini beduine, cresce amato dai genitori, circondato da fratelli e sorelle, educato al Corano ma aperto al dubbio e alla ricerca personale. Si concentra sullo studio, passione che suo padre sostiene in tutti i modi, e a 19 anni vince una borsa di studio per l’estero. Affascinato dalla figura di Michelangelo, decide di venire in Italia.

È il 1985 e, nonostante la giovane età, Nedal si lascia alle spalle una storia già molto articolata: un padre transitato per il carcere dopo un conflitto familiare all’interno della sua tribù, la Guerra dei Sei Giorni, il Settembre Nero, le bombe inesplose tra le macerie di un conflitto senza fine che fanno vittime innocenti, tra cui anche un bimbo, profugo palestinese, suo compagno di giochi.

A Perugia Nedal frequenta l’università per stranieri: studia optometria con l’intenzione di tornare in Giordania a lavorare. Sono anni difficili, di solitudine, lavoretti, amicizie rade. Ma piano piano il soggiorno in Italia si trasforma in un viaggio alla scoperta della propria identità, culturale e sessuale.

In pagine emozionanti, Nedal racconta l’incontro con Giovanni, che entra nella sua vita in punta di piedi e con una dolcezza rara. Il loro diventa un legame solido che dura 27 anni, fino alla malattia e alla morte di Giovanni.

Ma il tema dell’amore in questa autobiografia è ampio e sfaccettato: non è solo il grande amore per il compagno, ma anche quello pieno di nostalgia per la madre Halima rimasta in Giordania, rievocata in racconti quasi fiabeschi, e quello tenero e commovente per Flora, la madre di Giovanni, da cui Nedal si fa adottare una volta rimasto solo per potersi legittimamente prendere cura di lei fino alla fine.

Quella di Nadal è la parabola di un uomo profondo, aperto e generoso, un giordano italiano con la cultura beduina ancorata nello spirito.

 

La giuria nazionale sottolinea che è stata un’annata straordinaria dal punto di vista della qualità e della varietà delle storie arrivate in finale, che hanno permesso di leggere prospettive inedite sulla storia italiana: dalla breve memoria della monarchica convinta all’indomani della proclamazione della Repubblica, al racconto del viaggio sulle navi bianche in fuga dalle colonie africane, dall’inerzia di un italiano medio di fronte al fascismo, allo sguardo sulla bruciante realtà delle dipendenze.

Le opere in concorso: Le memorie Saturnia Olga Ajello, Pagine bianche con fiori marci all’interno di Nicolò Augelli, Lidia di Angela Coletta, Tricita di Patrizia D’Alterio, Tutto vene recompenzato di Placido Priscimone, la memoria-diario Una via che in principio credevo la buona di Mario Barbieri, il diario Carissima bandiera di Fernanda Capece Minutolo.

 

 

 

 

NEDAL CINI AL ZYOD Amman, Giordania, 1966

Clandestino. Una vita non prevista autobiografia 1966-2025

 

Brano dall’autobiografia Avevo forse quattro anni, e battevo le mani sul muro, implorando i miei genitori di fermare il rumore delle bombe.

Un rumore assordante.

(..:) Le bombe cadevano fuori, ma dentro casa c’era un altro tipo di frastuono: quello della paura, della disperazione, (…) È un ricordo inciso nella carne della memoria, tanto vivido, affilato, inamovibile da sfuggire persino all’amnesia dell’infanzia.

(…)

I signori della guerra non combattevano più con le mani sporche di fango e sangue. (…) I sionisti, forti dell’appoggio dell’Occidente, erano armati di potere e tecnologia. In sei giorni, con quella che fu chiamata, appunto, la guerra dei Sei Giorni, sconfissero Giordania, Siria, Egitto e Libano.

La disfatta spinse le truppe arabe a rifugiarsi in Giordania, dove si insediarono anche i fedayyin, coloro che si sacrificavano per una causa: partigiano o devoto ad una causa.

(…)

A Ras al Ein ho imparato a vivere.

Lì ho scoperto i giochi, le prime amicizie, i sorrisi che curano più di qualsiasi medicina.

Con i figli dei profughi palestinesi ho imparato la forza dell’incontro.

Eravamo diversi, eppure simili.

(…)

Quando arrivai in Italia, non sapevo una parola di italiano.

Ogni frase era un’impresa.

Ogni gesto, una mediazione tra ciò che volevo dire e ciò che riuscivo a trasmettere (…) dovevo accogliere una nuova vita, che non riconoscevo come mia.

Dovevo imparare a convivere con una parte di me che non sapeva ancora come stare al mondo.

Ero visibilmente diverso.

Il colore della mia pelle, i tratti del mio volto, il mio accento. (…) Percepivo lo sguardo degli altri come un peso, come un giudizio in anticipo.

Ma avevo già sviluppato alcuni strumenti per difendermi.

Venivo da un mondo che mi aveva vaccinato contro certe illusioni.

Grazie ai libri, avevo imparato che “tutto il mondo è paese”: certe dinamiche umane e sociali si ripetono, in fondo, ovunque, nonostante le differenze geografiche o culturali.

(…)

Mi assunsero.

Non era scontato.

Non ero italiano, e non sembravo italiano.

La pelle scura, i lineamenti marcati, una presenza che spiccava, anche quando avrei preferito passare inosservato.

Ma notarono che ero bravo.

Preparato, preciso, serio.

Questo almeno fu evidente.

Eppure c’era una domanda che non veniva mai posta ad alta voce, ma si leggeva chiara nei corridoi, negli sguardi di chi mi incrociava per la prima volta: “Le persone si fideranno di lui?”

All’inizio, la risposta era esitante.

C’era distanza, prudenza.

A volte imbarazzo, come se mancassero le parole giuste.

Non era ostilità.

Era qualcosa di più silenzioso.

Un confine che nessuno aveva ancora attraversato.

Ma col tempo, qualcosa cambiava.

Ogni visita, ogni spiegazione chiara, ogni lente applicata

con cura, ogni attenzione che offrivo con naturalezza… facevano la loro parte.

Quando mi sentivano parlare con italiano corretto, quando si accorgevano della mia competenza, quando percepivano che li trattavo con rispetto e pazienza, allora si lasciavano andare.

Cominciavano ad affidarsi.

A raccontarsi.

A tornare.

Avevo imparato a leggermi dentro, per imparare a leggere gli altri. (…) Molti non ricordavano il mio nome.

Ma ricordavano come li avevo fatti sentire.

E questo bastava.

(…)

Halima è mia madre. Mi ha messo al mondo con mani sottili e occhi profondi, in un ospedale nel centro di Amman.

Flora è la madre di Giovanni.

Mi ha accolto in silenzio, nel tempo e nei gesti quotidiani, senza mai reclamare un ruolo.

Erano così diverse.

Halima era esile, con la pelle scura e i capelli neri come la notte.

Flora, più robusta, con occhi verdi pieni di vita e capelli castagno chiaro, che con gli anni si erano fatti cenere.

Nacquero entrambe nel 1926.

Halima in un giorno senza data, in un villaggio dove le nascite non si scrivevano su nessun registro.

Flora a settembre, ad Arezzo, in una casa contadina piena di sorelle e silenzi.

Figlie di terre povere, dure, non ancora domate dall’uomo.

Sopravvissute alla guerra, alla fame, al lavoro che spaccava la schiena. (…) Una mi ha cresciuto con l’autorità dell’amore. L’altra mi ha curato con la dolcezza del rispetto. (…) Non ho due madri morte.

Ho due madri che mi abitano.

Redazione
© Riproduzione riservata
21/09/2026 15:47:52


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