Carcere di Perugia: detenuta rimasta incinta durante un colloquio privo di sorveglianza

Capece (SAPPE), “Servono più sicurezza e una riforma strutturale del sistema penitenziario"
“Quanto emerso dalla Casa Circondariale di Perugia-Capanne e riportato dagli organi di informazione (Corriere dell’Umbria, articolo di Francesca Marruco) suscita forte preoccupazione e impone una riflessione seria sulle conseguenze delle recenti aperture in materia di affettività in carcere. Se fosse confermato che una detenuta è rimasta incinta a seguito di un incontro con il compagno detenuto nello stesso istituto, in assenza di un adeguato controllo, ci troveremmo di fronte a un episodio che evidenzia criticità organizzative e di sicurezza che il SAPPE aveva già segnalato”. È quanto dichiara Donato Capece, segretario generale del SAPPE, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria.
“Per noi del SAPPE – prosegue – la previsione del sesso in carcere rappresenta una scelta inutile e demagogica, che rischia di aggravare ulteriormente le difficoltà gestionali degli istituti penitenziari. Piuttosto che introdurre nuove incombenze organizzative in strutture già alle prese con carenze di personale e sovraffollamento, sarebbe più opportuno valorizzare gli strumenti premiali già previsti dall’ordinamento, favorendo la concessione di permessi premio ai detenuti che dimostrano un concreto percorso di responsabilizzazione, rispettano le regole e partecipano attivamente alle attività lavorative e rieducative. In questo modo l’affettività potrebbe essere vissuta all’esterno del carcere, senza compromettere la sicurezza interna degli istituti”.
Secondo il primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il caso di Perugia richiama l’attenzione su problematiche ben più urgenti che interessano il sistema carcerario italiano.
“Da tempo – evidenzia Capece – proponiamo una profonda revisione dell’esecuzione penale attraverso un sistema articolato su tre livelli: un primo livello riservato ai reati meno gravi, con un ampio ricorso alle misure alternative alla detenzione; un secondo livello per le pene detentive che devono essere espiate in carcere, in istituti meno affollati grazie alla riduzione degli ingressi e a un uso più equilibrato della custodia cautelare; un terzo livello destinato ai detenuti ad alta pericolosità, dove il contenimento e la sicurezza rappresentano la priorità assoluta”.
“Occorre avere il coraggio di ripensare l’intero sistema penitenziario – conclude il segretario generale del SAPPE – individuando le condotte per le quali il carcere non rappresenta la risposta più efficace e prevedendo sanzioni alternative realmente funzionali al recupero della persona. Solo così sarà possibile contrastare il sovraffollamento, garantire una più corretta gestione della popolazione detenuta e restituire efficacia all’azione della Polizia Penitenziaria, che deve essere sempre più protagonista nell’esecuzione penale, nella prevenzione e nella sicurezza, sia all’interno degli istituti sia nel controllo dei soggetti ammessi alle misure alternative”.

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