Architetti Arezzo: “Lettera aperta” indirizzata alle amministrazioni comunali

C’era una volta la Commissione Edilizia
L’incipit contenuto nel titolo sembra l’inizio di una favola, mentre invece rispecchia la gestione dell’attività edificatoria fino a pochi anni fa. Infatti la Commissione Edilizia (e prima ancora la Commissione dell’Ornato) è stato il luogo dove, per molti decenni, sono stati valutati tutti i progetti di nuova costruzione o di ristrutturazione; la CE (così veniva indicata nei documenti) era l’organo che, a torto o a ragione, verificava la conformità dei progetti alla normativa ed il loro pregio edilizio ed architettonico. La CE era costituita da tecnici comunali, rappresentanti del Comune e da professionisti esterni (architetti, geometri, ingegneri); i componenti della Commissione oltre ad approvare i progetti, si confrontavano e dialogavano in maniera costruttiva delinedo i principi e le modalità operative del buon costruire. La CE del Comune capoluogo e quelle dei Comuni più importanti costituivano un modello a cui si riferivano i Comuni meno organizzati. I modelli normativi che si sono velocemente imposti e sovrapposti negli ultimi due decenni hanno indotto moltissimi Comuni a fare a meno della CE. L’attività di verifica e di certificazione del rispetto della normativa è velocemente transitata dalla CE agli Uffici Comunali ed oggi è attribuita, in larga parte, ai professionisti che propongono il progetto. Allo stato attuale i progettisti devono certificare che il progetto è conforme alla normativa e, nel caso di interventi sull’esistente, devono dichiarare che l’edificio che ristrutturano è conforme ai titoli (licenze, concessioni ecc.) depositati in Comune. Le attestazioni che sono richieste devono tener conto della schizofrenia dei legislatori nazionali e regionali che, quasi a cadenza mensile, modificano ed integrano un quadro normativo diventato ormai inintelleggibile. Un esempio è costituito dagli ultimi orientamenti che sono volti a risolvere il problema di quei cittadini che, benché non abbiano mai costruito nulla, si ritrovano ad essere etichettati come abusivisti per aver ereditato l’edificio del nonno che, sebbene avesse costruito la propria casa con tanto di licenza edilizia e con la benedizione del certificato di abitabilità (entrambi rilasciati dal Sindaco), aveva superato l’altezza o la larghezza indicate nella licenza. Se le modifiche, realizzate 50-60 anni fa, superano le astruse tabelle delle tolleranze previste dalle norme attuali, succede il finimondo, anche se l’edificio fu dichiarato conforme al momento della visita del tecnico comunale per il rilascio dell’abitabilità. Le ultime norme hanno introdotto il così detto “principio di affidamento” che dovrebbe mettere al sicuro l’erede, con buona pace del povero nonno, nel caso che l’interpretazione che dà il progettista della licenza edilizia (e della benedetta abitabilità) sia condivisa dal Comune. Per giungere a tale risultato, in modo da non far scontare ai figli le colpe dei padri (o dei nonni), i professionisti affrontano giornalmente due ordini di problemi e cioè: - il reperimento dei titoli pregressi (licenze, concessioni ecc.); - la condivisione delle interpretazioni normative. E’ di palmare evidenza che detti problemi, oltre all’esempio anzidetto, si estendono a quasi tutti gli interventi che vengono ordinariamente trattati. Allo stato attuale un accesso agli archivi comunali è diventato un percorso ad ostacoli, che spesso non formisce nessuna certezza sul reperimento di tutti i fascicoli che hanno interessato l’edificio. In generale la modesta organizzazione degli archivi comunali non fornisce nessuna garanzia sulla corretta individuazione dei fascicoli pregressi. A ciò si aggiunga che, negli ultimi tempi, alcuni Comuni programmano gli accessi all’archivio con tempi che si misurano in mesi e non in giorni. Per le interpretazioni normative si sente la mancanza della Commissione Edilizia. Le FAQ sono il surrogato dell’interpretazione condivisa che partoriva la CE. Nello sgombrare il campo da qualsiasi atteggiamento romantico, che porterebbe a chiedere la reintroduzione della CE, occorre prendere atto che, nell’era della comunicazione digitale, è scemato il confronto continuo tra il mondo professionale ed il Comune con grave nocumento per i professionisti e, soprattutto, per il cittadino. Ciò detto gli Ordini professionali non intendono interferire nell’autonomia del Comune, ma ritengono necessario riallacciare una forma di dialogo istituzionale permanente che contribuisca ad una serena gestione dell’attività edilizia. Il contributo degli Ordini, che occorre ricordare sono Enti pubblici, può essere determinante nell’individuazione di percorsi virtuosi considerata la capacità propositiva che trova fondamento nel contributo che possono offrire migliaia di professionisti iscritti. Il luogo deputato al confronto ed al dialogo potrebbe essere un tavolo tecnico formato da rappresentanti del Comune e da rappresentanti degli Ordini professionali che si riunisca, a cadenza periodica, per analizzare le questioni ed i problemi che affliggono i professionisti ed i funzionari che operano all’interno dell’Ente.

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