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Anche la Francia verso il divieto dei social agli under 15: è davvero la scelta migliore?

Il giro di vite deciso da paesi come Australia e Francia divide l’opinione pubblica
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi che collegano l’uso intensivo dei social a problemi di salute mentale tra i più giovani: aumento di ansia e depressione, disturbi del sonno, calo dell’attenzione, dipendenza e maggiore esposizione a cyberbullismo e contenuti inappropriati. Il giro di vite deciso da paesi come Australia e Francia divide l’opinione pubblica. Una via di mezzo, capace di evitare un divieto assoluto, però è possibile ma richiede un cambio di rotta delle piattaforme digitali, chiamate ad accettare limiti più stringenti alla ricerca del profitto
La Francia accelera verso il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni, una misura fortemente sostenuta dal presidente Emmanuel Macron e già approvata in prima lettura dal Parlamento. In attesa della ratifica finale, il dibattito è acceso: molti adolescenti riconoscono i rischi dei social, ma temono che un blocco totale significhi essere esclusi da una parte fondamentale della vita sociale e informativa.
Perché i governi stringono la morsa
Negli ultimi anni si sono moltiplicati gli studi che collegano l’uso intensivo dei social a problemi di salute mentale tra i più giovani: aumento di ansia e depressione, disturbi del sonno, calo dell’attenzione, dipendenza e maggiore esposizione a cyberbullismo e contenuti inappropriati. A questo si aggiungono fenomeni come la pressione estetica, il confronto costante e la diffusione virale di sfide pericolose. È su questo quadro che alcuni governi, dalla Francia all’Australia, giustificano il giro di vite.
Il ruolo chiave degli algoritmi
Al centro della questione ci sono gli algoritmi delle piattaforme, progettati per massimizzare il tempo di permanenza online. Questi sistemi premiano contenuti emotivamente forti, polarizzanti o estremi, creando bolle informative e dinamiche di dipendenza. Per gli adolescenti, ancora in fase di sviluppo, l’impatto è amplificato. Le responsabilità, dunque, non sono solo individuali o familiari, ma strutturali: il modello di business dei social entra direttamente in conflitto con la tutela dei minori.
I possibili benefici del divieto
Un blocco sotto i 15 anni potrebbe ridurre l’esposizione precoce a dinamiche tossiche, favorire relazioni offline, migliorare concentrazione e rendimento scolastico e alleggerire la pressione psicologica. Potrebbe anche costringere le piattaforme a ripensare strumenti di verifica dell’età e standard di sicurezza, oggi spesso aggirabili.
I rischi di un approccio restrittivo
Dall’altra parte, un divieto totale rischia di essere percepito come punitivo e poco realistico. I social sono anche spazi di socializzazione, informazione, creatività e partecipazione civica. Tagliarne l’accesso può accentuare il divario generazionale, spingere i ragazzi verso soluzioni illegali o meno sicure e ignorare le differenze individuali di maturità.
Una via di mezzo possibile
La soluzione ideale potrebbe non essere il divieto secco, ma una regolazione più intelligente: piattaforme con versioni realmente “under”, algoritmi meno aggressivi, limiti di tempo, maggiore trasparenza e controlli parentali efficaci. Accanto a questo, educazione digitale a scuola e responsabilità legali più stringenti per le aziende tech. Proteggere i giovani senza isolarli è la sfida: non spegnere il mondo digitale, ma renderlo abitabile anche per chi è ancora in crescita.
La vera sfida: politica e piattaforme davanti alle proprie responsabilità
In definitiva, le soluzioni non mancano. Ma perché diventino concrete servono due condizioni imprescindibili. La prima è una reale volontà politica di affrontare il problema senza scorciatoie né interventi simbolici, assumendosi il costo di regolare un settore potente e influente. La seconda riguarda le piattaforme: un cambio di paradigma nel modello di business, che accetti limiti alla corsa al profitto e riconosca una responsabilità sociale verso gli utenti più giovani. Senza un impegno verso pratiche più etiche e meno guidate dall’avidità, ogni legge rischia di restare parziale o inefficace.
Foto creata con l'intelligenza artificiale

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