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La “chicca” di Lugnano: una frazione di Città di Castello avvolta in un castello millenario

Un paese nel quale regna la tranquillità con un castello che ha più di mille anni

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Un piccolo borgo in leggera altura che ruota attorno al suo castello e alla chiesa. È racchiusa qui la bellezza di Lugnano, una delle tante frazioni che costellano il vasto territorio comunale di Città di Castello. Distante circa 12 chilometri dal capoluogo, si erge sopra una dolce collina alta 358 metri sul livello del mare, nel contesto di una zona nella quale il verde è il colore dominante. La collina si affaccia sulla valle del torrente Minima, affluente di destra del Nestore. Una zona di particolare attrazione paesaggistica e amenità, situata a sud di Città di Castello; per arrivarvi, da Trestina si imbocca la strada per Canoscio e Morra e quasi subito si incontra la località di Bivio Lugnano, dalla quale si dirama la strada che conduce al paese. Lugnano era stata messa duramente alla prova dal devastante terremoto del 26 aprile 1917, se si pensa che soltanto due case erano rimaste abitabili dopo quella forte scossa (lo riporta anche “Storia tifernate e altro” del professor Alvaro Tacchini)  e che a distanza di pochissimi giorni dal sisma si recò in visita di persona, sul posto, la regina Margherita. Con il passare dei decenni, la popolazione è andata in progressivo calando, fino a scendere sotto il centinaio di persone. Un paese nel quale regna la tranquillità e dove c’è anche storia da raccontare, testimoniata dalla presenza di un castello che ha più di mille anni, sul quale andiamo a focalizzare la nostra attenzione, assieme al doveroso spazio che meritano i luoghi più importanti: la chiesa di San Bartolomeo e la ex chiesa, entrambe da poco ristrutturate.

 

UN ASSEDIO E POI IL TERREMOTO

Il castello di Lugnano risale al X secolo e ha una storia legata ai Marchesi del Colle prima e del Monte poi, rientrando nei possedimenti di questi per effetto di una donazione fatta dal nel 917 dopo Cristo da Berengario, re d’Italia e imperatore dei Romani. I marchesi del Monte sono discendenti di un ramo dell’antichissima casa dei marchesi di Toscana, giunti quasi certamente in Italia dalla Francia poiché al seguito di Carlo Magno. I marchesi del Monte si stabiliscono a Monte Santa Maria Tiberina nel 1250, mantenendo la signoria per cinque secoli e mezzo e conquistando una gran fetta dell’Alta Valle del Tevere. Tanti i castelli di loro proprietà, fra i quali si ricordano i principali: quelli di Citerna, Lippiano e appunto Monte Santa Maria Tiberina, con Citerna che è stata feudo dei marchesi del Colle, altro ramo dei marchesi di Toscana. E poi c’erano Trestina, Lugnano, Petrelle, Petriolo e San Leo Bastia, anche questo appartenuto al ramo dei marchesi del Colle. Succede però che il signore di Monte Albano, tale Ranieri, si ribella nel 1228 contro Città di Castello e allora i castelli di Ghironzo, Trestina, Lugnano, Poggio e Canoscio mettono insieme le proprie forze e quella della città per fronteggiare i ribelli; nel 1230, inizia l’assedio che porta alla completa distruzione della fortezza. Il castello viene preso, saccheggiato e sfiancato di mura, mentre le abitazioni vengono demolite, le fortificazioni smantellate e tutto è ridotto a un cumulo di rovine. Durante il saccheggio, le spoglie del Glorioso Eremita Illuminato vengono prese come cimelio di guerra e dopo la vittoria i lugnanesi rimasti a casa scendono incontro ai vincitori per rivedere i loro congiunti e venerare l’urna contenente il Santo, catturata dai castellani e trasportata come se fosse il bottino più prezioso di tutta l’impresa militare. Il castello di Lugnano, alla pari degli altri presenti nella valle del Nestore più quelli di Monte Santa Maria e Lippiano, è occupato dal marchese Guido di Montemigiano (poi chiamato del Colle) e signore di Monte Albano, poco prima dell’anno 1000. Il Comune di Città di Castello ne reclama il possesso e l’11 marzo 1253, a seguito di un patto che Guido di Montemigiano è costretto a fare con il Comune, la città si riprende Lugnano e impone le proprie leggi civili e penali. Il marchese si riserva tuttavia il diritto di essere il reggente e la trattativa con il Comune è stipulata da Uguccione, fratello di Guido. Dieci anni più tardi, nel 1263, i castelli di Lugnano, Muccignano, Roccagnano e il Poggio chiedono al Comune di Città di Castello di difendere i loro abitanti, troppo esposti alle sanguinose incursioni dei guelfi che la città aveva cacciato. E siccome il Comune era in mano ai ghibellini, accoglie subito questa proposta al fine di poter tenere sotto controllo quei guelfi che avevano la roccaforte a Paterna e il 2 marzo dello stesso anno il consiglio speciale dei XXIV, adunato assieme ai Consoli delle Arti in casa del Potestà e con presente il capitano del popolo Uguccione da Cortona, dice di prendere la difesa dei castelli “munendo il Poggio dell’Abate fuori porta San Florido con tre custodi; il castello di Lugnano con tre custodi; il castello di Muccignano con quattro custodi; il castello di Roccagnano... (non è specificato con quanti custodi)”.
Il 26 maggio 1269, il vescovo Niccolò esorta dal pulpito i guelfi e i ghibellini a fare pace, aggiungendo che sarebbe stato costretto a scomunicare la Città se avesse imposto dazi e collette sui beni delle chiese e del Vescovado.
Il 31 maggio, essendo presenti nelle stanze del Capitolo, tra gli altri Benedetto, sergente della Chiesa e Castellano del castello di Lucignano e i XXIV del Comune, il vescovo ottiene la promessa e il giuramento di obbedienza alle ingiunzioni che la Chiesa stessa era per dare, in seguito alle censure comminate da Clemente IV. I presenti si dicono pronti a subire le eventuali condanne sotto la pena di 1000 marche d’argento, con garanzia solidale prestata dai 12 uomini di Porta San Giacomo, Porta Sant’Egidio, Porta Santa Maria e Porta San Florido. A farsi garante per tutti è Guido del Monte Santa Maria, figlio del marchese Raniero, che allora ricopre la carica di Podestà di Città di Castello e il quale sottopone alle stesse obbligazioni tutti i suoi beni, i suoi castelli e i suoi eredi. Il vescovo promette l’assoluzione, purchè si impegnassero tutti a fare pace. I quattro fratelli – Guido, Raniero, Giacomo e Taddeo, marchesi del Monte Santa Maria – stipulano il patto di divisione nel 1364 e si mettono d’accordo per mantenere un’uguale giurisdizione sulla chiesa di Sant’Andrea a Lugnano; il patto di concordia e famiglia fra i quattro figli del marchese Ugolino prevede la divisione dei domini di Monte Santa Maria e di Sorbello e il mantenimento alla pari di quelli del monastero di Badia di Petroia, Badia di Marzano, di Sant’Andrea di Colle, di San Vito e delle chiese di Lugnano e San Vittorino, più tutte le terre fuori dai confini di Città di Castello. Fin dall’inizio del 1200, il dominio e l’estensione dei possedimenti del monastero di Badia di Petroia erano più grandi di quelli del Comune di Città di Castello e fra tutte le ville e castelli di proprietà risulta anche Lugnano. Nel 1382, il Comune vi stabilisce un contingente di truppe, dal momento che i marchesi stanno ricostruendo la fortezza di Colle e nel 1438 Niccolò Piccinino, di ritorno da Montone, occupa il castello di Lugnano, anche se il Comune lo riprende con la forza a distanza di poco tempo. Era un atto di rabbia, quello di Piccinino, per non aver potuto riconquistare Città di Castello. Al contrario, la comunità di Lugnano è sempre stata fortemente attaccata a Giuseppe Garibaldi, tanto che sono stati molti i residenti del paese a seguirlo nell’impresa che si sarebbe rivelata il primo passo verso l’unità d’Italia; quale atto di grande riconoscenza, all’eroe dei due mondi sono state dedicate una lapide in marmo e una strada, ma l’intitolazione delle vie interne reca i nomi dei suoi seguaci. Durante il corso della storia successiva, il castello di Lugnano ha seguito sempre le sorti del Comune di Città di Castello e nel tempo è stato interessato da tutte le modifiche strutturali con ammodernamenti dovuti alle esigenze dei nuovi tempi. Gran parte dell’originario assetto fortificato è andata persa, anche se rimane un vasto impianto urbanistico che si nota soprattutto nella parte di ingresso attraverso gli imponenti edifici con mura a scarpa, edificati sulla vecchia cinta muraria e sulle vecchie torri di guardia. La lapide che commemora Garibaldi e i volontari di Lugnano che lo seguirono si trova proprio in questa parte, che oggi è divenuta la piazza del paese; una lapide che è stata fatta due volte, perché la prima è stata distrutta dal già ricordato sisma dell’aprile 1917, devastante per il piccolo paese del Tifernate. E sulla piazza si apre l’antica porta del castello, in posizione sopraelevata rispetto al piano stradale, per cui è stata realizzata una doppia rampa di accesso in mattoni: una sorta di scalinata, con al centro una fontanella pubblica. In che modo era strutturato l’impianto difensivo del castello? Porta con arco, ancora visibile tuttora, ma dopo l’ingresso la strada era caratterizzata da una “esse” molto stretta e da una seconda porta della quale rimangono gli agganci delle pietre dell’arco. Vi sono edifici che conservano datazioni sulle chiavi di volta delle porte o sugli architravi delle finestre e risalgono tutti alla seconda metà del XIX secolo. Alcune case evidenziano una decorazione rinascimentale dicroma, in pietra e in cotto, che rende particolarmente interessante ed elegante la visione del paese, il quale ha conservato anche la pavimentazione al suo interno con la pietra originale.            

LA CHIESA, DEDICATA A SAN BARTOLOMEO

Come il castello, anche la chiesa della frazione di Lugnano, dedicata a San Bartolomeo, ha origini molto antiche. I documenti più datati, risalenti al XII secolo, sono quelli del monastero di Petroia, perché ad esso apparteneva ed era nella sfera del Piviere di Ronti. Una data significativa nella storia è quella del 16 aprile 1417 e riguarda la lite che si scatena in tribunale fra l’abate di Badia di Petroia e il Comune di Città di Castello sull’appartenenza della chiesa di Sant’Andrea a Lugnano. Con il consenso del vescovo, la città ne prende il possesso e l’abate di Petroia rinuncia umilmente, nonostante la bolla pontificia, in attesa di una decisione del tribunale. La chiesa di San Bartolomeo, che si trova fuori dalle mura del castello, non conserva più le sue prerogative medievali e il suo aspetto architettonico è rinascimentale. I documenti d’archivio riportano anche la presenza di un ospedale a Lugnano, intitolato a San Martino, con il vescovo di Città di Castello, Rodolfo o anche Ridolfo, che lo aveva unito con quello tifernate della Madonna del Prato, che si trovava fuori Porta San Florido. È ragionevole pensare che l’ospedale San Martino sia stato eretto nel periodo della peste e che abbia svolto le funzioni di un lazzaretto. Guardandola dall’esterno, la chiesa è in posizione elevata di circa tre metri rispetto al piano stradale, per cui vi è un sagrato con tanto di scalinata dalla quale si accede. Il tetto della chiesa è a capanna e il campanile a vela si trova nella parete di fondo, mentre la facciata è perimetrata da due lesene in pietra intonacate nella parte bassa e il timpano diviso da una cornice. Il portale è sormontato da una lunetta delimitata da un arco acuto, nel quale compare un mosaico riproducente la figura del Cristo benedicente; sopra di esso vi è un rosone incassato e un altro più piccolo è inserito nel timpano. A garantire l’illuminazione interna vi sono le pareti laterali che possono contare su due finestroni ad arco. Entrando all’interno, vi sono altre lesene laterali che scandiscono la navata unica a tre campate, con un arco trionfale che separa la navata stessa dal presbiterio; nella seconda campata e nel presbiterio sono presenti i finestroni con vetri decorati, mentre travi e capriate in legno finemente decorate caratterizzano il tetto e la parte alta della navata ha una cornice dentellata con archetti. Nella parete destra della controfacciata è esposto un crocifisso, al di sotto del quale c’è un’acquasantiera in pietra, sorretta da colonnine; salendo lungo la parete destra, nella prima campata c’è un quadro che riproduce la Madonna e il Bambino e che sorregge una croce, mentre nella terza campata si può ammirare una tela del 1853, nella quale è dipinta un’altra Madonna con Bambino che si trova in trono fra i santi; si riconoscono al proposito Sant’Antonio da Padova, Sant’Andrea e San Nicola. Nella parte riservata alle celebrazioni eucaristiche sono collocati un altare rialzato di tre gradini e un crocifisso nella parete di fondo, mentre a sinistra dell’altare c’è la porta di collegamento con la sacrestia. Meno ricca la parete di sinistra; solo nella seconda campata c’è un piccolo quadro contenente un diploma che reca la data del 21 ottobre 1961: è la concessione di papa Giovanni XXIII, che consacra l’altare a San Bartolomeo con tanto di indulgenza. Il fonte battesimale è invece in controfacciata la nicchia in pietra degli oli sacri è incassata nella parete; a circondare entrambi è una balaustra di forma semicircolare e con colonnine in pietra. Sono ancora freschi i lavori di restauro eseguiti nell’edificio religioso, durati un anno e consistenti in interventi di ristrutturazione e consolidamento statico e antisismico. La chiesa di San Bartolomeo a Lugnano è stata riaperta al culto il 19 aprile 2018 con una Santa Messa solenne celebrata alle 18 dal vescovo diocesano, monsignor Domenico Cancian. Significativo è stato anche il contributo della popolazione locale, che ha voluto dimostrare tutto il proprio attaccamento alla chiesa.          

DA EX CHIESA A CENTRO DI CULTURA E PROMOZIONE

Dopo la chiesa del paese, ecco la ex chiesa, che da luogo religioso si è trasformata in punto di riferimento per finalità culturali e di promozione dei centri storici nel territorio di Città di Castello. Così è dall’estate del 2017, quando si è tenuta la cerimonia di passaggio: Ige Impianti, che ha donato i locali alla Fondazione Hillgarten-Franchetti Villa Montesca, ha ricordato come la chiesa sia stata per lungo tempo un nodo centrale della socialità della frazione, per cui soltanto un soggetto avente finalità di interesse generale avrebbe potuto continuare a valorizzarne gli spazi nel contesto di un borgo che è stato rivitalizzato in pieno e che anticamente ha anticipato quelle funzioni urbane poi passate al capoluogo. Questo suggestivo posto, chiamato Lugnano, è stato a suo tempo un esempio di città, che aveva nella sua chiesa il punto di riferimento del circondario. Ora, questo luogo è tornato a essere tale in una chiave culturale, perché a gestirlo è la Fondazione Hallgarten-Franchetti Villa Montesca con una idea che – lo abbiamo già sottolineato – è senza dubbio chiara. E poi, anche a Lugnano esiste una Pro Loco paesana, il che costituisce comunque un “termometro” con il quale si misurano la vitalità e l’attivismo proprio dei luoghi più piccoli. Il numero di agriturismo che gravita attorno è un altro segnale indicativo del grado di attrazione che esercita una zona vocata alla tranquillità, nella quale la “chicca” di Lugnano si inserisce in un contesto paesaggistico davvero straordinario, di quelli ideali per chi vuole la vacanza rilassante e interessante allo stesso tempo. Far vivere e valorizzare questi paesini ricchi di storia è un dovere morale, ma a Lugnano lo hanno capito in pieno.             

Notizia tratta dal periodico l'Eco del Tevere
© Riproduzione riservata
12/04/2021 11:13:37


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