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Letta, il Pd e gli ex renziani: la storia infinita di lupi e agnelli

Porte aperte ai 5 Stelle e "sprangate" a Matteo Renzi

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Il segretario dem deve congelare, ancora per un po’, i piani. Il colpaccio di cambiare i capigruppo di Camera e Senato con un’intervista stereo, inaspettata, pubblicata in contemporanea su Il Tirreno di Livorno e la Gazzetta di Reggio Emilia, le regioni e quindi il territorio dei due capigruppo, non può riuscire nè oggi nè domani. Serviranno, per realizzarlo, molte mediazioni. E non è detto che bastino.

L'ordine del giorno

Stamani alle 9 si riunirà il gruppo Senato e nel primo pomeriggio (ore 15.30) quello Camera. Andrea Marcucci, che guida il gruppo Pd a palazzo Madama (35 senatori), e Graziano Delrio che lo guida alla Camera (95) stasera saranno ancora al loro posto. E nel Pd, a dieci giorni dall’insediamento di Enrico Letta, si risente parlare di “congresso vero”, di “chiarimenti sull’agenda non più rinviabili”. Il malcontento va di pari passo con la consapevolezza che sarà Enrico Letta a fare le liste nelle politiche 2023. E che, “l’uomo travestito da agnello”, cioè Enrico Letta, “è un lupo che consumerà la sua vendetta a freddo. Alto che unità e nuovo corso”. Pd dilaniato, lacerato, senza pace, e si sente di nuovo la parola “irriformabile”. Più in generale, ha lasciato perplessi la sicurezza con cui Letta, il segretario, ha aperto ai 5 Stelle: “Occorre lavorare ad un discorso comune con i 5 Stelle”. Il tutto nel giorno in cui, a proposito di porte aperte e dell’assenza di veti, Letta sembra invece chiudere le porte in faccia a Matteo Renzi che a sua volta dice: “Mai con i populisti, di destra e di sinistra”. Insomma, Enrico c’è, ha intenzione di restarci e per riuscirci sa di dover fare il prima possibile un partito a proprio immagine e somiglianza. Pr dirla meglio, “di dover fare in due mesi quello che Nicola Zingaretti non è riuscito a fare in due anni. Logarandolo fino alle dimissioni”.

Solo che da Letta pochi si aspettavano questo “decisionismo rottamatore”. Dice una fonte parlamentare donna: “Sta dando la caccia al cattivo, cioè gli ex renziani, sul corpo delle donne. Non mi aspettavo da lui tanto cinismo”.

La doppia intervista

Questo il clima. Veniamo ai fatti. La doppia intervista, la prima del segretario dem, è uscita domenica mattina su due giornali molto radicati sul territorio come Il Tirreno (Toscana) e La Gazzetta di Reggio Emilia (che non sono più del gruppo Gedi) ma non nazionali e quindi è sfuggita a rassegne e talk show del mattino. Ha alimentato cronache e commenti di lunedì mattina. In quell’intervista, tra le tante cose, Letta ne diceva un paio in modo molto netto: nel partito c’è un problema di genere, “non possiamo sostenere foto pubbliche in cui il volto del Pd sono tre ministri e il segretario tutti uomini”; il via libera all’alleanza con i 5 Stelle che nel discorso di insediamento non sembrava così scontata. Anzi, tutta da studiare, verificare e valutare. Il segretario ha usato toni talmente perentori su questi temi da dare anche un timing serrato: “Non possiamo essere quelli con gli uomini al comando e le donne vice. Per me questo è un passaggio chiave. In settimana ci saranno le assemblee dei gruppi e per forza di cose i capigruppo dovranno essere due donne”. Marcucci e Delrio hanno lavorato “benissimo e per loro ci saranno altri incarichi nel partito”. Con questo viatico ieri ci sono state, da remoto e in presenza, alcune riunioni dei gruppi parlamentari. E il diktat di Letta non è stato preso benissimo. Persino dalle donne del Pd che hanno sollevato la questione con Zingaretti quando nel governo Draghi sono entrate tre capicorrente uomini. “Diventare capigruppo per una questione di riequilibrio del genere, trovarselo spiattellato così su un giornale nella cornice della brutta figura europea, sembra più un opportunismo del segretario che una scelta giusta. Appunto, la caccia al cattivo sulla pelle delle donne perchè tanto sa che su questo nessuno gli può dire nulla”.

Il rischio e la sfida della conta

Ora il punto è che secondo una narrazione spinta dal Nazareno, sembrava che oggi Marcucci e Delrio dovessero fare la valigia in quattro e quattr’otto e andare via. Già pronta la rosa di nomi da cui far uscire i due capigruppo: Valeria Fedeli e Roberta Pinotti, due ex ministre, al Senato, Alessia Rotta o Marianna Madia alla Camera. Letta parla di “partito unitario”, senza correnti e di essere stato votato da tutti, “nè maggioranza nè opposizione”, quindi quei nomi nella sua testa non rispondono a correnti. Ovviamente lo sono.

E ovviamente oggi Marcucci e Delrio non faranno le valigie anche se per motivi diversi. Perchè una cosa è e resta indisponibile in questo frullatore che è diventata la politica italiana dove tutto sta cambiando molto in fretta: l’autonomia dei gruppi parlamentari. E sembra difficile che Letta possa portare a casa entrambe le teste dei due capigruppo “nell’arco di un paio di giorni, al massimo una settimana perchè la partita degli organismi dirigenti va chiusa in fretta” (sempre narrazione Nazareno). Stamani ci saranno le assemblee del gruppo Pd sia alla Camera che al Senato. Non è una regola scritta ma è fair play che quando cambia il segretario i capigruppo mettano a disposizione il proprio incarico. Che, in assenza di motivi particolari come un cambio netto di linea, vengono in genere confermati nell’arco della stessa legislatura.

Al massimo un pareggio

Se gli va bene, il segretario dovrà dirsi contento se riesce a cambiare un capogruppo su due. Nel caso Graziano Delrio, nella consapevolezza - che Letta certamente ha - che in un momento politico come questo, governo di larghe intese e grandi movimenti, il capogruppo deve avere doti di riconoscibilità, leadership, personalità perchè è lui la faccia e la voce del partito in Parlamento. Sicuramente ci sono deputate e senatrici all’altezza del ruolo. Ma questo non può essere un cambio che viene fatto solo per motivi di genere. Il partito rischia di scomparire nelle dinamiche parlamentari. La partita è ancora tutta da giocare per quanto Letta anche ieri abbia insistito sulle due capogruppo donne. Eppure proprio nelle ultime 36 ore il segretario ha avuto l’opportunità di sostituire due dirigenti maschi e non lo ha fatto: il capogruppo europeo Brando Benifei e il responsabile dei sindaci Matteo Ricci.

La trincea di Palazzo Madama

Lo scoglio più duro sembra il Senato dove su 35 senatori 18, tra cui Marcucci, sono di Base Riformista, la componente ex renziana guidata da Luca Lotti e Lorenzo Guerini. Ieri mattina in una infuocata riunione, con le senatrici presenti, la tensione è salita molto. Non tra uomini e donne. Ma rispetto a Letta. “Altro che unità, questo ci vuole fare fuori. Dopo sette anni la vendetta è ancora più feroce”. Si fa fatica ad abbinare uno come Enrico Letta al concetto di ferocia. Però, lupi per agnelli e viceversa. Comunque, il gruppo ieri mattina ha vissuto quella del segretario come “un’ingerenza rispetto all’autonomia del gruppo” e ha confermato la fiducia a Marcucci che a questo punto non ha intenzione di rimettere il mandato alla volontà della totalità del gruppo. In un primo momento sembrava che l’assemblea di stamani non dovesse prevedere il voto ma il clima è tale per cui si vuole subito blindare Marcucci ed evitare che col passare dei giorni qualche senatore possa cambiare idea richiamato dalla sirene dei prossimi appuntamenti elettorali. Una riunione è in programma anche stamani ed è possibile quindi che palazzo Madama chiuda già oggi con un voto il nodo capogruppo. Sarebbe uno messaggio molto chiaro e netto al neo segretario. Ma questa volta la rottura è partita dall’alto.

La partita alla Camera

Anche il gruppo Camera ieri si è incontrato e ha discusso sul dà farsi. Qui i numeri sono diversi e gli ex renziani più iGiovani turchi non hanno la maggioranza. Graziano Delrio non avrebbe mai fatto prove di forza ma è disponibile a rimettersi alla volontà del gruppo. “C'è la mia disponibilità ad affidare alla autonoma valutazione delle deputate e dei deputati come andare avanti nel nostro lavoro avendo di mira esclusivamente il modo migliore per svolgere il nostro ruolo nel Parlamento” ha scritto in una comunicazione ufficiale. Ma oggi il gruppo Camera non voterà. Ha deciso di prendere tempo. Delrio infatti non è certo uomo di strappi. Ha sempre svolto il ruolo lavorando per l’unità del Pd e sempre nel totale rispetto dell’autonomia dei gruppi. E però si è fatto sentire quando è stato necessario farlo. Rispetto al governo Conte e alla coabitazione con i 5 Stelle con cui proprio Delrio ha fatto un gran lavoro di inclusione. A volte anche di guida nel lungo e periglioso viaggio tra “uno vale uno” e la responsabilità della politica che è gestione della cosa pubblica.

La mediazione

Dal Nazareno non vorrebbero dare l'immagine di un partito che si divide sulle nomine e sulle cariche mentre il Paese lotta contro la pandemia, cerca i vaccini e prova a restare in piedi. I temi dell'agenda Paese meritano un'attenzione prioritaria da parte dei dem. E il segretario deve poter fare entrambe le cose: prendere in mano i dossier importanti a livello nazionale; ricostruire il partito anche sui territori dopo aver ascoltato dove vuole andare il popolo del Pd. Fino a che punto vuole seguire l’agenda Draghi che Letta dice essere “l’agenda del Pd”. Ieri il segretario del Pd ha avuto un lungo colloquio con il premier. I rapporti fra i due sono consolidati e il dialogo è stato descritto “molto cordiale e positivo”, ha spaziato dai vaccini all'Europa, alle politiche economiche di rilancio, oltre che sul raccordo tra governo e i partiti che lo sostengono.

Ecco perchè, per quanto Letta anche ieri abbia detto di essere sicuro che “saranno scelte donne di qualità”, nel Pd si lavora per una mediazione per entrambi i capigruppo. Ed evitare lo show-down stamani al Senato. Letta incontrerà anche i gruppi parlamentari ma non lo ha ancora fatto. E i capigruppo li ha licenziati via intervista.

Orizzonte Letta

Quello che deputati e senatori hanno capito è che Letta vuole appunto avere un partito a propria immagine e somiglianze. Non lo ha detto, questi errori non si fanno più. Ma lo sta facendo. Anche lo stop a Gualtieri candidato sindaco, una fuga in avanti per blindare il posto all’ex ministro, è stato un segnale esplicito in questo senso. Significa però che l’orizzonte temporale del nuovo segretario è almeno il 2023. E dopo aver gestito un paio di elezioni amministrative importanti e l’elezione del Capo dello Stato, è chiaro che sarà Letta l’uomo delle liste 2023. Il timore per molti è di non essere ricandidati. Solo perché ex renziani. Da qui i veloci riposizionamenti a cui si assiste in queste ore. Se invece poi in ottobre le amministrative dovessero andare male, allora comincia di nuovo un altro film. Anche nel Pd.

Notizia e Foto tratte da Tiscali
© Riproduzione riservata
24/03/2021 06:03:52


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