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La sentenza di Occhetto sul Pd: un partito di cariatidi...

Ultimo leader del PCI, ripercorre tutti gli errori del campo progressista

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“Il PD è un partito di cariatidi dell’architrave del sistema”. A dirlo è Achille Occhetto, ultimo segretario del Partito Comunista Italiano e l’uomo della ‘svolta della Bolognina’.

Il Partito Democratico sta vivendo il suo ennesimo cambio di pelle. Nicola Zingaretti ha abbandonato la segreteria sbattendo la porta e lavando in piazza i panni sporchi di un partito troppo concentrato sulla spartizione delle poltrone e poco su questioni di cogente concretezza.

L’ex Premier Enrico Letta è subentrato al vertice del PD, lasciando il suo incarico da professore nella prestigiosa ‘Science Po’ di Parigi.

Con l’onorevole Occhetto abbiamo parlato del presente e del futuro del Partito Democratico, delle sfide che attendono il campo progressista e dei ricordi di un uomo che ha attraversato la storia repubblicana del nostro paese.

Come cambia il PD con Enrico Letta alla segreteria?

“Chiaramente è troppo presto per dirlo, ma ho visto alcune novità interessanti. Appena è sceso dal palco, dopo aver fatto il suo speech, l’ho chiamato, mi sono congratulato con lui e gli ho detto che intravedevo alcuni spunti che potevano superare la mia critica al difetto di fabbricazione del PD, il fatto che fosse una fusione a freddo di apparati e non una vera contaminazione attraverso una seria riflessione tra i diversi riformismi della società italiana. Questa è una speranza”.

Che partito è oggi il PD?

“Il PD è diventato un partito di cariatidi dell’architrave del sistema. Si è assunto costantemente la funzione di responsabilità interna al sistema, questo ha impedito di vedere che la funzione fondamentale di un partito è quella di avere un rapporto con la società. È necessario un partito che sa stare nel gorgo del conflitto, non solo nel cielo della politica ma nella società”.

Secondo lei Enrico Letta riuscirà a creare un nuovo Ulivo con il M5S?

“La cosa interessante che ha detto e che io condivido riguarda la necessità di ricostruire il campo del centro sinistra. Lui si è significativamente richiamato a Beniamino Andreatta. Questo, le potrà sembrare strano, ma è un punto di congiunzione. Io ho conosciuto Letta quando era segretario dell’AREL e Andreatta era presidente. Insieme ad Andreatta abbiamo costituto un’associazione che si chiamava Carta 14 giugno che aveva l’obiettivo di rilanciare e cambiare l’Ulivo per farlo diventare un soggetto politico che desse alla coalizione il compito di occuparsi del governo e i partiti, invece, avessero il compito lavorare nella società. I partiti avrebbero dovuto indicare le prospettive ideali, al fine di non essere ridotti, come successivamente è avvenuto nel PD, a entità puramente ministeriali. Io credo, o spero, che Letta voglia riprendere questa impostazione che recupera cioè che era positivo dell’Ulivo ma supera i limiti di una coalizione che poteva essere messa in difficoltà da una qualsiasi minoranza".

Uno dei nodi sui quali dovrà riflettere il PD è aver preferito la dimensione di partito di governo rispetto alla costruzione di una forte identità. Come può farlo secondo lei?

"Dando vita a un mio vecchio pallino: una costituente delle idee che abbia come scopo quello di affrontare i grandi temi planetari. Questi temi sono il valore sociale del lavoro, le migrazioni bibliche, la salvezza del pianeta, la crisi mondiale della democrazia e soprattuto la democratizzazione del cyberspazio. Il PD, ma non solo il PD, dovrebbe affrontare una fase in cui non parla più di organigramma ma delle idee sulla base delle quali anche forze con estrazioni culturali diverse decidono di compiere uno stesso tragitto".

Anche il centro destra avrebbe bisogno di una nuova costituente?

"Certo, dovrebbe definire, per esempio, se c’è una vocazione europeista del centro destra. Con questo le voglio dire che bisogna smetterla di parlare solo di crisi di identità del PD, che esiste, ma purtroppo noi assistiamo a una crisi della democrazia che coinvolge moderati, sinistra riformista e sinistra alternativa. Nella quale nessuno è nelle condizioni di alzare il ditino per fare la lezione agli altri. Io credo che la campana di un nuovo inizio oggi suona per tutti. In questa fase di unità nazionale tutti dovrebbero ridiscutere dei propri fondamentali e dare la possibilità di aprire un nuovo panorama politico in cui ci sia un confronto alto tra centro destra e centro sinistra entrambi rigenerati in cui fanno i conti con il populismo, sia esso di sinistra o di destra".

Cosa ne pensa del Governo Draghi?

"È troppo presto per avere un’opinione. Mario Draghi è un uomo che gode di un grande prestigio in Europa, la sua sola presenza ci permette, come abbiamo visto dall’andamento dei mercati, di guadagnare alcuni miliardi, e questo non è poco. Ritengo che sia importante la scelta di operare attivamente per un europeismo vero, effettivo. Draghi ha parlato devoluzione dei poteri a livello più alto. Nella sfida della pandemia ha scelto di affidarsi alla scienza anche se può essere impopolare. Questi sono gli elementi positivi. Come intenda avviare la transizione ecologica è un tema ancora tutto da verificare. Spero che non si voglia “mettere benzina” nel vecchio motore. Bisogna cambiare molto, penso alla burocrazia, alla giustizia civile ma non solo, occorre una visione qualitativamente diversa del PIL e della crisi".

La rivoluzione ecologica potrebbe portare ricedute negative sul lavoro e sull’occupazione.

"Occorre una scelta organica, Come ho scritto nel mio ultimo libro:“Una forma di futuro. Tesi e malintesi sul mondo che verrà” (Ed. Marsilio), per realizzare la ricostruzione economica occorre scegliere un perno centrale attorno al quale fare ruotare tutte le misure messe in campo. Il tema centrale, secondo me, è il new deal ecologico, europeo e nazionale. Il vero banco di prova è se si riuscirà a creare questa fusione tra problemi dello sviluppo sostenibile, quindi ecologici, della qualità del lavoro e dello sviluppo economico. A mio avviso questa sfida può essere vinta ma bisogna avere il coraggio di effettuare profonde riconversioni economiche. Possiamo muoverci sul terreno dello sviluppo sostenibile se convertiamo certe produzioni. Mantenendo fede all’idea del discorso di Draghi, che non di difendono tutte le aziende ma si difende il lavoro nel suo insieme".

Lei, da ragazzo, ha visto nascere l’unione europea. Crede sia soddisfacente il percorso fatto in questi anni? Avrebbe potuto fare di più nell’ambito delle protezioni sociali?

"Secondo me avrebbe potuto e dovrebbe fare qualcosa si più. Molte volte mi trovo d’accordo con critiche che vengono fatte persino dall’ambito antieuropeista. Il punto decisivo è se le critiche vengono fatte per avere più Europa o meno Europa. Io credo che la critica fondamentale debba essere fatta nella direzione di avere più Europa. Prendiamo l’esempio dei vaccini. Gli stati nazionali non si muovono con forza nella direzione di un’Europa politica, che significa affidare poteri effettivi all’Europa, poi nel momento di crisi criticano l’Europa perché non esercita quei poteri che gli stati non le hanno affidato. Il problema che oggi affiora con chiarezza è che fintanto che continuiamo a considerare l’Europa un mero mercato comune dominato dal Consiglio, e dunque dalla cassa di compensazione dei vari nazionalismi, e che non ha la forza di parlare con la voce sola della Commissione in tema di fisco, di migrazioni, di politica estera, avremo tutte le limitazioni e i difetti che conosciamo. L’analisi critica dovrebbe prevedere una nuova fase costituente di tutte l’architettura costituzionale dell’Europa".

Secondo lei perché il Presidente degli USA Joe Biden ha usato un linguaggio così violento nei confronti di Vladimir Putin?

"Qui ci sono due questioni. Non c’è dubbio che dietro Putin ci siano elementi molti oscuri che ammettono anche l’assassinio politico. Lui evidentemente ha una vecchia vocazione che viene dal KGB, esiste non possiamo nascondercelo. L’uso del linguaggio però credo che vada un po’ ridimensionato, ha risposto alla domanda di un giornalista ma non la prenderei come una iniziativa politica presa a freddo da parte di Biden".

Quali sono le differenze tra il PD e il suo PDS della Bolognina? Si è mai pentito di quella scelta?

"Non mi sono mai pentito. Mi spiace che quella scelta non sia stata perseguita organicamente fino in fondo. Quando dico questo intendo che la svolta non si sarebbe dovuta limitare al mutamento di nome ma doveva dar vita a una nuova formazione politica in cui le diverse forze del riformismo italiano riuscissero a contaminarsi ed esprime un nuovo progetto di società e di visione. Direi che questo aspetto della svolta non è stato perseguito e ci si è così allontanati fino al punto che io non mi sono iscritto al PD".

Perché non si iscrisse al PD?

"Perché quel partito non aveva riunito le idee del campo riformista, laiche e cattoliche, ma aveva operato una fusione di apparati. Allora nessuno mi diede retta, oggi non c’è nessuno che non dica che sia stata una fusione a freddo, fino alla dichiarazione di Zingaretti che ha detto “il re è nudo”.

Ci racconta un suo ricordo di Palmiro Togliatti?

"Togliatti era un mostro della politica. Ho avuto modo di conoscerlo da vicino perché sono stato segretario della federazione giovanile comunista, ho fatto parte della mitica direzione del Partito Comunista in cui c’erano tutti i grandi vecchi. L’URSS, dopo il XX congresso, quello della destalinizzaizione, fece il XXI congresso in cui Kruscev fece dei passi indietro e non andò avanti sulla linea di un effettivo mutamento del sistema sovietico. Io ero direttore di 'Nuova Generazione', il giornale dei giovani comunisti, e feci un numero molto critico verso Kruscev. Nella mia incoscienza lo portai da Togliatti, entrai nella sua stanza, nella quale non era molto facile entrare, e gli diedi il giornale chiedendogli una opinione. Mi richiamò dopo due giorni e mi disse: “È molto interessante questo numero. Diffondilo ma non solo tra i giovani, anche nell’insieme del partito”. Il che mi fece capire che mi stava dando una missione di rinnovamento, cioè che potevo permettermi di dire delle cose, di fare delle critiche che lui ancora non poteva permettersi di fare in modo così aperto".

E di Enrico Berlinguer?

"Berlinguer nell'amarcord sentimentale è ricordato solo come un comunista duro e puro. Durante la campagna elettorale sul divorzio nel 1974, io ero segretario regionale in Sicilia dove ero stato mandato dal partito. Allora si usava che il segretario nazionale, quando faceva un discorso in una regione, faceva scrivere al segretario regionale le cose che riguardavano quella regione. Io mi trovavo nella sua stanza a scrivere, lui passeggiava avanti e indietro pensando, riflettendo e a un certo punto si ferma di mi dice: “Occhetto la differenza tra noi e Breznev è molto più grande di quella che c’era tra Lenin e Kautsky, e per molto meno Lenin ha cambiato nome al partito. Cosa ne diresti se cambiassimo anche noi nome?”. Io rimasi di gesso ma entusiasta, perché avevo sempre una tendenza critica. E poi mi chiese: “Che nome gli daresti?”. Io timidamente gli risposi: “Partito Comunista Democratico”. Lui mi rispose: “È troppo ed è troppo poco. È troppo perché vorrebbe dire che adesso non siamo democratici. È troppo perché in realtà non cambia niente”. E poi finì con una risata. Questa è una testimonianza del fatto che già allora Berlinguer aveva presente che il rapporto con la vecchia storia dell’URSS non funzionava più".

Ha qualche rammarico rispetto alla sua carriera politica o qualche scelta che ha fatto o che non ha fatto che cambierebbe?

"Io ho avuto una carriera nel Pci piena di ripensamenti critici, per esempio ho messo in discussione progressivamente alcuni capisaldi del leninismo. Dopo ho avuto torto, quando mi sono dimesso, non ho condotto la giusta lotta politica per impedire la deriva dal partito di idee a quella fusione a freddo di cui ho parlato".

Notizia e foto tratte da Il Giornale
© Riproduzione riservata
21/03/2021 20:29:19


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