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Aids, passata la paura oggi si trascurano i rischi

Una ricerca evidenzia che molti ragazzi non hanno mai sentito parlare di Hiv

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C’è chi non ne ha mai sentito parlare: soprattutto gli adolescenti di origine straniera, indipendentemente dal fatto che siano nati in Italia o meno. E chi, pur conoscendo l’acronimo, ignora in parte o del tutto quali siano le modalità di trasmissione. Oggigiorno, la conoscenza dell’Aids da parte dei giovani non è più così scontata. 

Chi ha vissuto in prima persona la bolla creatasi a cavallo tra gli ’80 e ’90, oggi ricorda quasi con ironia la scelta dei genitori di impedire di camminare scalzi sulle spiagge, per la paura di essere punti da una siringa abbandonata. Discorso diverso per i «millennials». Chi è nato negli anni 2000 non è cresciuto con la paura di poter contrarre l’infezione e di conseguenza oggi, se non la ignora, quanto meno la sottovaluta. Lo spaccato emerge da un’indagine condotta dall’Associazione nazionale per la lotta contro l’Aids (Anlaids), che ha analizzato le risposte fornire da 12685 studenti per indagare il grado di conoscenza della malattia. 

A seguire sono stati effettuati interventi formativi in 67 istituti scolastici pubblici della Lombardia, del Lazio e dell’Emilia Romagna: con focus particolare nelle aree metropolitane di Roma e Milano, con quest’ultima che fa registrare il maggior numero di nuovi contagi.  

SERVE UN APPROCCIO MULTICULTURALE ALL’AIDS  

Nell’anno appena concluso i ragazzi che hanno dichiarato di non aver mai sentito parlare di Hiv (il virus responsabile della malattia) e Aids (la malattia) erano il 5,5 per cento del totale (l’8 per cento quattro anni addietro). Ma più preoccupante è la quota di giovani non perfettamente in grado di esplicitare le modalità di trasmissione del virus e la strategia di prevenzione più efficace: il 20 per cento dei ragazzi e il 17 per cento delle ragazze non ha infatti fornito risposte esaustive in merito all’utilizzo del preservativo. 

Il livello di conoscenze è risultato migliore tra le giovani liceali, in coloro che dichiarano di non praticare alcuna religione, nei figli di genitori italiani e nei ragazzi più grandi. Più a rischio, sulla carta, i coetanei che frequentano gli istituti tecnici, gli stranieri e, più in generale, coloro che partono da situazioni più svantaggiate.  

«In una scuola che accoglie sempre più ragazzi provenienti da altre culture, anche gli interventi di prevenzione e di educazione alla salute devono tenere conto dei diversi percorsi individuali dei ragazzi - afferma Massimo Galli, direttore della clinica di malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano e presidente della Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit), che ha supervisionato il progetto scuola di Anlaids: giunto al ventesimo anno di attività -. Il diradarsi degli interventi di prevenzione negli ultimi anni ha generato sacche di totale non conoscenza del problema, specie nelle fasce più svantaggiate degli studenti».  

I dati, secondo l’esperto, potrebbero risultare anche più preoccupanti, «perché l’indagine è stata attuata prevalentemente in scuole di aree metropolitane e in cui spesso gli interventi formativi sono stati ripetuti per più anni consecutivi, facilitando la comunicazione tra pari». Una premessa che porta a dover considerare tassi di conoscenza ancora più bassi al di fuori dei contesti in cui si è intervenuto. 

AIDS, SE NE PARLA TROPPO POCO IN FAMIGLIA  

I ragazzi che hanno dimostrato di conoscere il problema hanno dichiarato di averne già parlato a scuola (67,5 per cento dei ragazzi) o di averne sentito parlare attraverso la tv (62,7). Scarso invece il dialogo sul tema con i genitori (riconosciuto soltanto dal 37 per cento degli intervistati) e gli amici (15,6 per cento). Idem dicasi per l’informazione attraverso il web (fruita dal 34,8 per cento dei ragazzi), che invece potrebbe essere un canale attraverso cui veicolare messaggi corretti rivolti ai più giovani. «L’impressione è che i ragazzi considerino l’argomento come un tema scolastico, estraneo al loro vissuto.  

Il dato ribalta completamente i risultati ottenuti in un campione analogo in Milano negli anni tra il 1998 e il 2001, in cui gli amici e in minor misura la famiglia occupavano i primi posti come fonti d’informazione. La caduta di attenzione rispetto al problema emerge soprattutto sul dato riferito alla famiglia, che è costante negli ultimi anni». Gli esperti osservano con preoccupazione anche un altro dato emerso dall’indagine: la caduta dell’autostima osservata nel corso del quinquennio, soprattutto tra le ragazze. «Un basso grado di autostima è spesso correlato con comportamenti trasgressivi e minor conoscenza delle problematiche attinenti all’Hiv», chiosa Galli. 

La Stampa
© Riproduzione riservata
21/08/2018 15:20:19


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